Centro San Rocco - Interventi

La fine del Cristianesimo confessionale
Data pubblicazione : 18/02/2019
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Il prof. Luigi Alici ci offre alcune riflessioni sul recente incontro con il prof. Diotallevi, che venerdì 15 Febbraio ha presentato il suo ultimo libro

Venerdì 15 febbraio 2019, nella sala del Centro culturale “San Rocco”, Luca Diotallevi ha presentato il suo ultimo libro: Fine corsa. La crisi del cristianesimo confessionale (EDB 2017). L’autore, docente di Sociologia all’Università di Roma Tre e Presidente diocesano dell’Azione Cattolica a Terni, è noto per i suoi studi di sociologia della religione, dove ha affrontato temi importanti, relativi alla vita cristiana (Vangelo, laici, Chiesa…) e all’ordine sociale.

Al centro del libro, che ha suscitato una vivace discussione, sta una tesi fondamentale: l’equazione tra religione e cristianesimo, che erroneamente siamo portati a ritenere come un fattore caratterizzante l’intera tradizione cristiana, è in realtà il frutto di una particolare congiuntura storica, che ha segnato la svolta moderna nell’Europa centro-occidentale tra Cinquecento e Seicento. Dentro questa epoca, ogni distanza fra la generica dimensione del religioso e la specificità della Rivelazione cristiana si è ridotta fino ad azzerarsi; come esito di questa identificazione, il cristianesimo si è affermato come religione confessionale: la fede cristiana – “credenza”, appartenenza e culto – ha finito per assumere una centralità pubblica, assumendo una irrinunciabile funzione di collante sociale e facendo tutt’uno con lo Stato moderno. Stato confessionale, appunto.

Secondo Diotallevi, questo fenomeno, che sarebbe all’origine della modernità, è anche alla base della crisi della modernità; una crisi che diventa per questo una sorta di “fine corsa” del cristianesimo come religione confessionale. Nella rottura di questa sintesi, tuttavia, dobbiamo vedere non la fine del cristianesimo, ma solo di una sua forma storica consolidata per quattro secoli; non è la fede cristiana ad essere in crisi, ma il nostro modo di scambiarla e confonderla con un “pezzo” di quell’assetto tipicamente moderno, fatto di una certa idea di stato nazionale, di spazio pubblico, di cultura condivisa…

Di fronte alla decostruzione di quell’assetto monolitico, non possiamo drammatizzare, scambiando la perdita di un “vestito storico” di una forma religiosa con la fine della fede cristiana in senso assoluto. Non possiamo nemmeno minimizzare, però, perché sul terreno restano brandelli di ordine sociale scucito e un Vangelo decostruito e stravolto. Il ritorno impetuoso di domande, riti, simbologie religiose non coincide automaticamente con una riscoperta della integralità della Rivelazione. Una volta che si è rotto il “matrimonio moderno” tra religione e cristianesimo, la rinascita delle religioni – a volte superficiali e solo emozionali, a volte aggressive e fondamentaliste – può avvenire a scapito del cristianesimo, ridotto a magazzino simbolico da saccheggiare e usare a proprio uso e consumo.

Si tratta allora, ha concluso Diotallevi, di non chiudersi in un pastoralismo ingenuo, che si accontenti di cavalcare forme di “religione a bassa intensità”, magari continuando con spregiudicatezza a ricercare sottobanco nuovi rapporti strumentali con la politica. Oltre questo “fine corsa” sta ancora la forma ecclesiale di vita cristiana disegnata dal Concilio. Ogni scorciatoia può essere pericolosa.

 

Luigi Alici

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