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Educare alla custodia della Terra

A Penna San Giovanni si è tenuto l'11° Convegno in occasione della Festa Regionale del Creato, promosso dall'Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale e del LavoroA Penna San Giovanni si è tenuto l'11° Convegno in occasione della Festa Regionale del Creato, promosso dall'Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale e del Lavoro

Domenica 13 Ottobre a Penna San Giovanni, nell’ambito della Festa Regionale del Creato, si è tenuto l’11° Convegno dedicato come sempre  alla tematica :” dalla terra e dal lavoro dell’uomo”perché, come dice Don Paolo Bascioni,  presidente dell’Associazione Culturale “Centro Studi Giuseppe Colucci” e assistente dell’Ufficio della Pastorale del Sociale e del Lavoro …. e dell’Ambiente dell’Arcidiocesi di Fermo, senza la terra ed il lavoro dell’uomo non si costruirebbero le civiltà umane. L’uomo ha bisogno della terra, ma anche la terra ha bisogno dell’uomo.

 

    Quest’anno il Convegno, come evidenzia il titolo : “ Educare alla custodia della terra”, accogliendo l’invito dei Vescovi espresso nel messaggio per la giornata della difesa del Creato del 2013, ha inteso porre attenzione al significato della parola Educare .

   Il primo intervento Custodire il bene: la dimensione francescana della relazione affidato al frate minore Cappuccino Giampiero Cognigni, ha iniziato col definire i contorni e l’essenzialità del termine educare. Egli afferma che dall’Illuminismo in poi si è monopolizzato l’educare come il “ conoscere, l’informare”; i pedagogisti Agazzi, Montessori etc.. ed anche i Missionari costruirono scuole per abbattere l’ignoranza. Ma quella della pura conoscenza è una dimensione troppo limitata, abbiamo perso l’arte della Maieutica (di Socrate), ci siamo dimenticati della relazione.

Se ci guardiamo intorno, anche nelle nostre famiglie, facciamo fatica a vivere le relazioni: le tecnologie ( computer, cellulari, playstation etc.. ) presenti nelle nostre case inducono a limitare le relazioni al minimo, questi comportamenti sono all’origine di molte nuove patologie, soprattutto nuove dipendenze, sono le ferite imposte alla relazione.

Risulta prezioso a questo punto l’approfondimento che Giampiero Cognigni ci offre descrivendoci la testimonianza di san Francesco. “Custodire la Relazione” per Francesco è uguale a vigilare, prendersi cura..; egli non parla mai di custodire il bene, ma vive custodendo il bene. Un esempio di ciò ci viene offerto dal comportamento da lui assunto durante la malattia: in questa occasione riscopre la sua interiorità, ritorna sui suoi passi ed inizia una relazione intensissima con Dio, la custodisce e la protegge con occhi attenti: anche nel momento in cui si fa accompagnare dal suo amico vicino alle grotte per pregare, pretende di rimanere solo all’interno per custodire il tesoro della “relazione con Dio”.

   Nell’Atto educativo dobbiamo prenderci cura delle persone: l’uomo è bellezza, il Creato porta l’impronta della bellezza di Dio. Francesco conosce bene Dio, perché conosce bene l’uomo. Dio è disceso dal cielo per prendersi cura dell’uomo, perché Dio è relazione, trinitario, famiglia, comunità. Il creato è il grande giardino che Dio ha creato per noi.

 Custodire per Francesco assume due significati: primo è custodire un tesoro che non è suo: la creazione non è nostra proprietà, la dobbiamo custodire pur non essendo nostra proprietà.

 La felicità non sta nell’appropriarsene, ma, come dice Francesco, il custodire significa vigilare con responsabilità, farsi carico del dono per essere felici noi.

Custodire significa diventare felici perché viviamo bene nel giardino.

Il secondo significato è “ prendersi cura”: quando Francesco parla dei rapporti fra i frati, usa il sostantivo “ Madre”. La Madre è quella che si occupa dei figli, allora  Siate come madre e figli”,  un frate deve prendersi cura del fratello, deve essere Madre.

   Al Creato abbiamo inferto tante ferite, ci è piaciuto impadronirci della terra ed ora ne paghiamo le conseguenze. Dobbiamo ripartire dall’origine di tutto, è il rapporto originario che abbiamo con Dio che illumina il Creato. Abbiamo staccato la spina con Dio ed ora dobbiamo recuperare il concetto di “ dono” da preservare e custodire.

Un esempio del “ prendersi cura” ce lo dona ancora San Francesco con l’episodio del miracolo alla vecchia che aveva le mani rattrappite e che lui guarì. Quando la vecchia riprese l’uso delle mani, impastò la farina ed il formaggio e ne fece del pane per Francesco, egli ne mangiò poco perché il resto lo avrebbe condiviso con la famiglia.

Qui il “ prendersi cura” apre all’altro, inizia con uno scambio.

 Oggi ci chiudiamo ed abbiamo paura; se ci prendiamo cura di qualcuno anche il Creato si prenderà cura di noi. Quindi “custodire il bene” è proteggere, prendersi cura di quel Dio che si prende cura di te. Chi si sente amato, ama a sua volta e curerà anche il giardino di tutti e potrà dire nelle lodi : “ Signore tu sei il Sommo bene”.

Il Creato ci viene dato gratuitamente e gratuitamente dobbiamo prendercene cura.

 

Nella seconda relazione : “ La bio-etica agricola “ il professor Enrico Berardi dell’Università Politecnica delle Marche, genetista, biologo ed appassionato di filosofia, racconta come il suo interesse nel “custodire le relazioni con gli studenti”, sia quello di ricostruire l’unità nelle persone. Affermando che le facoltà tecnologiche sono pesantissime e provocano la frammentazione dell’Io, nel suo corso si dedica a creare un raccordo nelle personalità.

Egli afferma che la tecnologia ha frammentato, ha diviso i compiti: la civiltà moderna è fatta solo di tecnici che hanno perso la visione del tutto.

Nel corso universitario è la “ ratio” che deve emergere, e questa cosa non la devono pensare solo i cristiani. Non c’è attività umana che si possa portare avanti senza riflettere. Solo dal dopoguerra ad oggi la tecnica ha sostituito l’etica: dobbiamo parlare di tecnica, di scienza, ma il risultato io lo interpreto e serve al mio vivere; alla scienza bisogna dare dei limiti.

   Per esplicare meglio il senso di quanto affermato il professor Berardi inizia dai miti antichi: spiega che i Greci, quando parlano dell’inizio del mondo, parlano di un mondo in cui c’era già la natura, ma non gli animali. Zeus chiama i figli per creare gli animali con la creta. Zebedeo crea gli animali, Prometeo crea due creature a somiglianza degli dei, l’uomo e la donna.

Mentre agli animali vengono dati tanti accessori per vivere ( ali, istinti etc) , Prometeo per gli uomini ruba il fuoco degli dei e per questo viene punito. Dobbiamo ricordare che per i Greci il fuoco è l’emblema della tecnica.

 Ciò significa che l’uomo nasce nudo, nudo anche di istinti, l’uomo deve scegliere, deve adattarsi al mondo con tecnica e cultura. Platone già 2000 anni fa raccontava che la tecnica è ben accetta all’uomo perché ci allevia la fatica. La tecnica è connaturata con l’uomo. Per cui quando compaiono le prime macchine ed inizia la rivoluzione industriale, l’accesso ai beni che migliorano la nostra vita diventa più alto. Ci dobbiamo riconciliare con la tecnica, credenti e non credenti , siamo fatti tutti per la tecnica: la domanda è: “c’è un limite della tecnica?”, dobbiamo scegliere non rinnegandola, ma scegliendo.

Prometeo è colui che guarda avanti; la tecnica avanzerà sempre più e l’uomo non avrà più bisogno di Dio.

 Per i greci comunque la tecnica era sottomessa alla natura, nell’agricoltura essi rispettavano i cicli naturali.

 Oggi l’uomo ha continuato a cambiare l’ambiente, non per cattiveria, ma si è lasciato trasportare dal desiderio di dominare la natura. Per questo uno studente di agraria deve sapere anche quale responsabilità ha nel mondo, deve capire quali sono le scelte da fare.

La tecnica ogni giorno sollecita la scienza, è un domandare continuo, ma noi dobbiamo saper mettere i limiti alle cose. La scienza deve essere capita ma poi si deve scegliere e ciò implica scelte politiche. E’ importante allora guidare i ragazzi che stanno imparando ad essere tecnici a curare l’aspetto della scelta.

Alcuni scienziati usano la metafora dell’impronta ecologica per misurare l’impatto sul terreno

 ( marino, semplice, boschivo):  sappiamo che se continuiamo a consumare come ora nel 2050 avremo bisogno delle risorse di due pianeti, mentre nel mondo c’è chi muore di fame.

 È necessario calcolare la nostra impronta ecologica ( nell’alimentazione, nel consumo idrico, nell’emissione di anidride carbonica che diventa gas serra etc ..) in relazione alla società in cui viviamo. Ci deve essere l’impegno degli amministratori pubblici per domandare quanto si sta impattando sull’ambiente; gli studiosi sanno anche dare i parametri della biocapacità  del nostro territorio di smaltire i rifiuti;  negli ultimi anni essa si va riducendo perché noi sollecitiamo troppo il nostro territorio in confronto alla sua biocapacità.

I dati degli scienziati che calcolano l’impronta ecologica sono dati concreti da cui partire nell’educare gli studenti alla custodia della terra.

Il professor Enrico Berardi fa anche riferimento  al filosofo della tecnica Umberto Galimberti che afferma : “ L’etica è incapace di dire alla tecnica ciò che può fare e ciò che non può fare, l’etica è impotente di fronte allo sviluppo della tecnica”.

Bisogna ritornare ad assegnare all’etica il compito di scegliere i fini del vivere ed alla tecnica il reperimento dei mezzi. L’etica dovrebbe essere insegnata fin dalla scuola elementare.

Hans Jonas filosofo tedesco , sostiene che la sopravvivenza dell’umanità dipende dalla capacità

di prendersi cura della natura e del futuro del pianeta terra e, sulle orme di Immanuel

Kant, si spinge a formulare un nuovo imperativo morale: “Agisci in modo che le

conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza delle

generazioni future”.

E’ evidente allora che dobbiamo interrogarci,, che non abbiamo un destino, ma che ce lo dobbiamo costruire.

 

Nel dibattito che è seguito alle due relazioni anche l’agronomo Fabio Taffetani, intervenuto al Convegno ha sottolineato come nell’agricoltura lo sbaglio è stato compiuto negli anni ‘ 50 con l’introduzione dei prodotti chimici che stanno sprecando la nostra risorsa , che è il terreno, l’ambiente naturale e le biodiversità.

Si è chiesto se <<educare alla custodia del creato >> oggi trova praticabilità nella vita anche in considerazione dei numerosi fatti di cui siamo testimoni ogni giorno (la produzione inquinante dell’acciaio, le imposizioni del mercato etc..) , se è necessario proporlo anche alla politica e  come introdurlo nella vita pubblica.

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Il frate minore Giampiero Cognigni afferma che mai come ora siamo chiamati alla responsabilità; cita Buber quando afferma: “io per essere me stesso devo incontrare il volto dell’altro.”

 Francesco dice che la nostra vita è tale quando ci mettiamo in relazione con tutto ciò che è intorno. Allora bisogna individuare il nesso tra il “ bene” dell’individuo e quello della comunità.

 

Anche il professor Berardi concorda sul fatto che la nostra vita è relazione e che ciò deve far parte della nostra coscienza. Afferma che a noi è affidata un’epoca di transizione e dobbiamo vedere i guasti della tecnica perché non vogliamo che tante persone muoiano di fame. Non vogliamo  rinunciare alla scienza ed alla tecnica, ma non dobbiamo frammentarle: dobbiamo credere nell’uomo, cambiare i comportamenti  altrimenti il mondo si estinguerà. E’ necessario sostituire un mondo fatto di cose con un mondo fatto di pensiero. Educare è anche un compito della politica che si può attuare con provvedimenti legislativi.

 

Conclude i lavori Don Paolo, citando la Caritas in Veritate che ci invita ad entrare nell’economia nella logica del dono di se stesso e delle proprie capacità, così come Francesco che ha donato tutto.

 

A conclusione della giornata, dopo aver assistito ad uno spettacolo di ginnastica artistica offerto dall’Associazione Sportiva Dilettantistica di Porto Sant’Elpidio, si è celebrata nella Chiesa di San Francesco, adiacente al teatro Flora, sede del Convegno, la Santa Messa presieduta dal  frate cappuccino, biblista Ortenzio da Spinetoli.

Egli, introducendo la celebrazione, invita a ritornare alla liturgia delle opere, osserva che la celebrazione deve tradursi nell’opera quotidiana.

 Nell’Omelia sottolinea come Gesù, ebreo, ha voluto incontrare altri popoli e stabilire con loro relazioni.

 Egli è sceso dal cielo ed è stato vicino alle sofferenze di tutti gli uomini, per guarirli. Ciò ci insegna che non è giusto rassegnarsi alla sofferenza, dobbiamo debellarla; il male non è un bene, non è mandato da Dio.

Dio è misericordia, è solo amore. Se c’è sofferenza , la responsabilità è di ognuno di noi.

Dio ha creato l’uomo ed il mondo in stato embrionale, ma noi lo dobbiamo costruire, dobbiamo costruire il nostro Paradiso terrestre. Il lavoro è il mezzo utile e necessario per salvarci dal male.

Frate Ortenzio sottolinea che il  lavoro è una virtù e che dobbiamo essere grati ad ogni lavoro. Ci ricorda anche che  Francesco non è andato a vivere nei conventi, ma in mezzo alla gente umile, è andato come i poveri e non per i poveri. Ci esorta a seguire il suo esempio: dobbiamo  tornare ad essere poveri tra i poveri, semplici tra i semplici, così la storia cambierà.

 

 

Anna Rossi

Ufficio della Pastorale Sociale e del Lavoro

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