Centro San Rocco - Interventi

Che fine ha fatto la Chiesa?
Data pubblicazione : 18/03/2022
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Al termine dell'omonimo ciclo di incontri Francesco Sandroni risponde a questa domanda raccogliendo le idee suggerite dai relatori

La Chiesa c’è ed è viva. Ridimensionata rispetto a qualche decennio fa, in crisi di identità, proveniente da alcune scelte poco oculate nel recente passato, ha però a disposizione una serie di strumenti e risorse per poter affrontare il cambiamento d’epoca che sta imperversando il nostro mondo occidentale. È questa, in estrema sintesi, la risposta alla domanda “Che fine ha fatto la Chiesa?” che il Centro Culturale San Rocco si è posto nell’organizzare la serie di incontri “In rete con la teologia”. Gli incontri con il prof. Marcello Neri, il vescovo Erio Castellucci, il teologo Paolo Carrara e la presentazione del libro di don Enrico Brancozzi ci hanno dato la possibilità di puntualizzare alcune questioni che possono essere così sintetizzate.
Il prof. Marcello Neri ha evidenziato il fatto che la Chiesa non è l’unica istituzione in crisi, anzi, il contesto nel quale viviamo ci presenta altre istituzioni in ambito sociale e politico messe sicuramente peggio della Chiesa. Quest’ultima ha avuto la colpa di affrontare male il processo di secolarizzazione che ha coinvolto da vari decenni il contesto culturale e sociale italiano. La secolarizzazione è stata vista come un nemico da combattere invece che l’ambiente nuovo nel quale vivere.
In questa lotta alla secolarizzazione la Chiesa italiana ha anche commesso l’ulteriore errore di chiudersi in un serrate le fila identitario, lasciando al solo vertice della Chiesa il compito di guida e di interfaccia con il resto della realtà sociale e culturale. L’unico effetto di questa strategia è stato quello di rendere estranea la Chiesa al tessuto sociale e culturale italiano, di non fare più sistema con esso, alimentando paradossalmente proprio quella forma di secolarizzazione che si voleva combattere.
In questa strategia si è fatto forza su quelle forme organizzative sociologicamente autoreferenziali come i movimenti ecclesiali, lasciando senza risorse le vecchie forme organizzative, come le parrocchie, maggiormente esposte alle contaminazioni del mondo contemporaneo. Vittima sacrificale privilegiata di questa strategia è stato soprattutto il laicato, del tutto insignificante ed inutile in questo contesto strategico, anzi pericoloso perché un laicato libero è sinonimo di cristianesimo pensante e autonomo. Altra vittima è stata la teologia, rinchiusa nel proprio linguaggio autoreferenziale, del tutto insignificante nel tessuto culturale italiano.
Una ricaduta negativa di tutto questo si è avvertita anche sulla “classe dirigente” della Chiesa, sul clero. La diminuzione delle vocazioni come segno più evidente della secolarizzazione è stata combattuta con la ricerca della quantità a scapito della qualità. La paura del cambiamento ha prodotto anche una diminuzione delle risorse per affrontare il cambiamento. Un laicato atrofizzato e un clero di pessima qualità sono stati il risultato di qualche decennio di governo centralizzato della Chiesa.
Per fortuna il quadro non è così fosco, se si pensa che comunque sotto la cenere ancora qualche carbone arde. Non bisogna deprimersi, diceva mons. Castellucci, e ripartire. Conversione e cambiamento di struttura è la ricetta. Una prima forma di conversione, di cambiamento culturale, è il rovesciamento della piramide che fino a poco tempo fa ha guidato la vita della Chiesa: il vertice della Chiesa che pensa, elabora progetti, costruisce piani di azione che poi vengono imposti alla base è un modello vecchio (chiesa docente vs. chiesa discente) che va superato. La forma sinodale è quella che si sta perseguendo in questo momento ed è una forma culturale, prima che organizzativa, nella quale è la base a riprendersi il ruolo da protagonista, nella quale l’ascolto è più importante dell’annuncio, rovesciando quella piramide così deleteria per la vita della Chiesa.
Dal punto di vista delle strategie pastorali le interessanti considerazioni di don Paolo Carrara ci hanno messo davanti una scelta strategica importante per il futuro della vita della Chiesa. Davanti all’emergere sempre più prepotente della secolarizzazione l’azione ecclesiale ha reso sempre meno importante, lasciandogli poche risorse, l’attività pastorale delle parrocchie, ritenute troppo macchinose, troppo vecchie, intrise di retoriche tradizionali, poco adatte al nuovo mondo post-moderno. Si è privilegiata, invece, quella forma organizzativa comunitaria, fatta di piccoli gruppi, magari strutturati in movimenti, associati tra di loro, ma tendenzialmente elitari e autoreferenziali. Gruppi e comunità “dei migliori”, in netto contrasto uno con l’altro proprio perché inconsciamente ognuno si sente migliore dell’altro, che guarda con sufficienza (e disprezzo) il resto del mondo.
Questo non ha portato a grandi risultati, anzi bisogna riconoscere che ha peggiorato la situazione della chiesa proprio nel senso della sua insignificanza in ambito sociale e culturale. La scelta strategica che ci si pone davanti, quindi, è questa: vogliamo continuare così o riscoprire alcuni vecchi strumenti, come la “parrocchia”, rinnovandoli per renderli capaci di un nuovo “cattolicesimo popolare”? Non il vecchio cattolicesimo popolare, fatto di processioni, di novene, e di tutte quelle forme liturgico-cultuali tipiche di una cultura popolare che non esiste più, ma un cattolicesimo che si mette in ascolto di tutta la gente, non solo di quelli che frequentano i locali della parrocchia, che ascolta le loro gioie e le loro speranze, le loro tristezze e le loro angosce, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, in modo che diventino le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo. La parrocchia potrebbe essere un utile strumento in questo senso se rinnovata, snellita, anche se necessario de-territorializzata, per insediarsi nei luoghi di vita vera del popolo.

 

Francesco Sandroni

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