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Solennità del Natale
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Pubblichiamo il testo dell'omelia pronunciata dall'Arcivescovo durante il Pontificale natalizio in Cattedrale

Natale 2021

Solenne Pontificale - Omelia di mons. Rocco Pennacchio

Di recente ha fatto notizia una raccomandazione interna agli uffici dell’Unione Europea che invitava, nelle comunicazioni ufficiali, ad evitare espressioni connotate da riferimenti ad una specifica religiosità, come per esempio “Buon Natale” suggerendo formule più anonime come “Buone feste”, o l’utilizzo di nomi di radice cristiana come Maria o Giuseppe. A onor del vero, pochi giorni dopo, la stessa Unione ha ridimensionato la cosa, riconoscendo che “celebrare il Natale e usare nomi e simboli cristiani sono parte della ricca eredità europea”. Tuttavia, la notizia è uscita fuori dall’ambito al quale era destinata e, com’è comprensibile, ha fatto insorgere quanti hanno visto in questo invito un attentato ai valori cristiani.

Facciamo bene a difendere l’identità cristiana ma dobbiamo chiederci se noi per primi non stiamo riducendo il Natale ad una semplice atmosfera, ad un’esperienza emotiva appiattita sui sentimenti comuni e sull’illusione che “A Natale siamo tutti più buoni”; purtroppo Mina non sbagliava quando cantava: “oggi è Natale, passati due giorni però te la faccio pagare”.

Quanta importanza ha, per esempio, l’Avvento per la nostra vita spirituale, nel prepararci all’evento decisivo della nostra fede? Non sarà certo il luccichìo delle strade e dei negozi o l’albero sfolgorante installato a casa ad entrare nel mistero del Natale; né taciteremo la coscienza solo per aver allestito il presepe anche quest’anno. Purtroppo anche noi cristiani abbiamo contribuito a ridurre il Natale ad un rito civile, ad una festa che dimentica il Festeggiato, ad un contorno senza centro. Da questo punto di vista la pandemia, col necessario ridimensionamento della cornice festaiola, potrebbe provocarci ad un ripensamento, ad una concentrazione sul senso della festa.

Dobbiamo sentire il dovere di riappropriarci della fede nell’Incarnazione, di contemplare questo Mistero grazie alla Parola di Dio che ce lo narra e, soprattutto, di esserne testimoni, perché non venga diluito nella brodaglia di facili sentimenti.

Isaia (prima lettura) profetizza che la venuta del Messia consolerà il popolo e “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. L’Incarnazione ci salva, ci dona la vita eterna; Gesù ha preso la nostra parte peggiore (il peccato) e ci ha donato la sua immortalità. Ha ancora senso per i cristiani, oggi, parlare di salvezza? Siamo ancora capaci di guardare all’eternità o non ci interessa, tutti presi come siamo, dagli affari della terra? Affari che non ci rendono felici e non ci fanno accorgere delle tante persone che hanno bisogno di noi cristiani per saper alzare lo sguardo e, come i pastori e i Magi, incontrare il Salvatore. Il tempo di ascolto che il cammino sinodale ci chiederà nei prossimi tempi ci renda attenti a quanti sono in ricerca di senso.

La lettera agli Ebrei (seconda lettura) ci ricorda che l’incarnazione del Figlio di Gesù non è uno dei tanti modi con i quali nella storia Dio ha parlato a noi ma è la sua parola definitiva. Gesù Cristo non è uno dei tanti elementi della fede cristiana, che non può nutrirsi di ammennicoli, devozioni, giaculatorie perché spesso, troppo spesso, preferiscono concentrarsi su altro, trascurando il centro della fede. Gesù non può essere posposto ai santi, a Padre Pio e nemmeno alla Vergine Maria, perché solo in Lui abbiamo accesso a Dio, attraverso Lui tutto è stato creato e verso di Lui tutto converge. Se la fede che testimoniamo si dissolve in tanti rivoli senza concentrarsi sul Figlio di Dio, contribuiamo a ridurla ad una generica religiosità.

Il Prologo di Giovanni (Vangelo), con parole chiare ci dice che la Parola si è fatta carne. Ricordo che la carne, nella Bibbia dice l’essere umani, soprattutto nella dimensione della fragilità e della debolezza. La nuda semplicità di questa parola dice che nel Natale Dio non è rimasto estraneo, si è fatto vicino a noi, ha condiviso la nostra umanità fino all’esperienza più difficile, la morte; Dio ama il nostro essere uomini e donne e prende su di sé la dimensione debole del nostro vivere, non escludendo nessuno. Quale conseguenza per la nostra vita se non riconoscere che ci interessa l’umano, la dignità delle persone e che siamo disposti a lottare per essa? In fondo, dirci reciprocamente Auguri! altro non vuol dire che mi stai a cuore, che sono solidale con la tua umanità, specialmente se povera e sofferente. Se il Bambino che nasce dice il grande amore da cui siamo stati toccati, non posso che ricambiarlo verso coloro nei quali Gesù si è identificato.

Non si restituisce al Natale la dignità di festa religiosa attraverso l’indignazione verso i tentativi di “scolorirlo” ma in una rinnovata testimonianza cristiana che dice la bellezza di essere salvati da Cristo che è il centro di tutte le cose e che nella sua umanità ci rende solidali nell’entusiasmante avventura della vita, insieme.

 

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