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Notiziario Santa Vittoria

LA PAROLA A CURA DI DON ALESSANDRO
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4 GENNAIO 2015 II DOMENICA DOPO NATALE ANNO "B"

Sir 24,1-4.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

Il giorno di Natale è occupato da tante distrazioni, che restaben poco tempo e attenzione per riflettere sul vero senso della festa. Ecco perché la liturgia prolunga la festa di Natale nel cosiddetto “tempo natalizio” che si estende fino all’Epifania. Vuole dare la possibilità di fare un Natale vero e religioso, anche a chi, per i motivi più vari, non l’ha ancora fatto. A questo scopo risponde, in particolare, la Domenica di oggi. In essa siamo invitati a ritornare a Betlemme e rimetterci dinanzi al presepio senza più la preoccupazione di regali, inviti, visite, telefonate da fare. Si tratta del Prologo di Giovanni che ha il suo punto culminante nella frase: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Sappiamo cosa questo vuol dire per i cristiani. Il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità, è sceso nel seno di una Vergine, si è fatto uomo come noi. E la verità centrale del cristianesimo, quella che lo distingue, insieme con la Trinità, da ogni altra religione. Quasi tutte le religioni concepiscono la religione come un “elevarsi” a Dio costruire come una piramide, al vertice della quale poter incontrare la divinità. Nel cristianesimo avviene il contrario: è Dio che è sceso e ci porta tutti su di sé come una piramide rovesciata. Ma questa frase di Giovanni ha sempre ricordato ai cristiani anche un’altra verità: che anche nella loro vita la parola si deve fare carne, cioè la fede si deve esprimere in opere. Se no, dice San Giacomo, è morta. In Dio infatti parola e azione sono un tutt’uno. Dio non parla mai senza agire.
Sfortunatamente, questo non è vero per noi. Il nostro grande pericolo è proprio di contentarci delle parole, senza passare mai all’azione. Gesù nel Vangelo mette continuamente in guardia contro questo pericolo: Non chi dice ma chi fa; non chi ascolta soltanto la parola, ma chi la mette in pratica entrerà nel regno dei cieli.
Questo ci induce a una riflessione assai seria. Tra un credente che conosce bene il Vangelo ma che non ne mette in pratica nessuna parte e un non credente che non lo conosce, ma si sforza di vivere secondo coscienza e fare del bene al prossimo, chi è in una situazione migliore davanti a Dio? Lascio a voi la risposta.

Diceva il martire sant’lgnazio di Artiochia: “È meglio essere cristiani senza dirlo, che dirlo senza esserlo”.
Una storiella poco edificante. Un noto filosofo moralista una sera fu sorpreso in un locale in una compagnia poco edificante. Un collega gli chiese come poteva conciliare questo con quello che scriveva nei suoi libri, e lui rispose tranquillamente: “Avete mai visto un segnale stradale che si mette a camminare nella direzione che indica?”. Una risposta brillante, ma meschina. Gli uomini non sanno che farsene di questi “indicatori stradali” che indicano la direzione da prendere, ma loro non si spostano di un centimetro. “Gli uomini ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri”, diceva giustamente Paolo VI.
Gesù ha detto: “Di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno dei giudizio” (Mt 12,36). Qual è la parola vana? Ogni parola detta per scherzo, non strettamente necessaria? Poveri noi, se fosse così non si salverebbe nessuno! No, anche la parola detta per scherzo può essere, a modo suo, “utile”, se serve a divertire, a sollevare lo spirito. La vera parola “vana” è quella ipocrita, ingannevole, che vuoi far credere qualcosa che non è.
In un tempo in cui siamo letteralmente sommersi sotto un diluvio di parole, messaggi, proclami, parole dette, parole stampate, si impone un digiuno speciale; un digiuno dalle parole. Non farne uscire da noi di non necessarie e non farne neppure entrare troppe di inutili, vuote o addirittura cattive. Disintossicarci. Dire di meno, fare di più.
Concretamente, potremmo proporci di fare qualche opera di carità, qualche servizio in casa, senza farlo notare a nessuno, in silenzio, per compensare tutte le volte che abbiamo fatto notare quello che c’era da fare, senza farlo noi. Sviluppare in noi il gusto per le cose che restano un segreto tra noi e Dio, o almeno tra noi e la nostra coscienza.
Mi piace terminare con l’affermazione con cui termina il Prologo di Giovanni; essa ci permette di vedere il posto centrale che occupa il Verbo nel nostro rapporto con il Padre: “Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio uinigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”.

BUONA DOMENICA

 

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