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Notiziario Santa Vittoria

LA PAROLA A CURA DI DON ALESSANDRO

8 febbraio 2015 V DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO "B"


Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39


La prima lettura è presa dal libro di Giobbe, ed è una meditazione sul dolore umano. L’uomo può andare sulla luna e inventare computers, ma — come dice Giobbe — “La sua vita è un soffio”, oppure — come riconosce il salmo  “L ‘uomo è come il fiore del campo. Oggi è bello, ma domani secca e non c‘è più”. A. Camus scrisse: “L'unica ipotesi ragionevole è il suicidio”. Noi rifiutiamo questa ipotesi, perché abbiamo un grande annuncio da dare: il dolore umano demolisce le false speranze, ma non per togliere la speranza, bensì per spingere l’uomo verso la vera speranza: Gesù Cristo! In lui noi abbiamo conosciuto Dio-tra-noi, Dio che si commuove, Dio pronto a salvare.
Gesù si mostra davvero medico delle anime e dei corpi. E la Chiesa ha continuato la missione di Cristo in due modi: in modo spirituale, pregando per i malati e ungendoli con l’Unzione degli Infermi; in modo materiale e pratico, istituendo ospedali e ogni. sorta di istituzione a favore dei malati. Ma la malattia, come la morte, non sarà mai del tutto debellata. Vediamo che cosa la fede cristiana può fare, per alleviare questa condizione e dare anche ad essa un senso e un valore. Bisogna fare due discorsi diversi: uno per i malati e uno sull’assistenza ai malati, su chi si prende cura dei malati.
I malati. La venuta di Cristo ha portato, anche in questo campo, una grande novità. Prima di Cristo, in Israele, la malattia era considerata come strettamente connessa con il peccato. Si era convinti che la malattia fosse sempre conseguenza di qualche peccato personale da espiare. Con Gesù, qualcosa è cambiato: sulla croce ha dato un senso nuovo al dolore umano, compresa la malattia: non più di punizione ma di redenzione. La malattia unisce a lui, santifica, affina l’anima... È come se malattia e sofferenza
aprissero tra noi e Gesù sulla croce un canale di comunicazione tutto speciale.
Una pausa dovuta a malattia è spesso l’occasione per fermarsi, fare il punto sulla propria vita, ritrovare se stessi e imparare a distinguere le cose che contano veramente. Lo scrittore Italo Alighiero Chiusano così descriveva l’affacciarsi della malattia nella sua vita (e molti, sono sicuro, si riconosceranno nella sua analisi): “Ti casca addosso una malattia e da un giorno all'altro devi fare i conti con l’inattività anche se breve, con la sofferenza anche se limitata, con la morte anche se apparentemente lontana. Diventi un oggetto anziché un soggetto, una cosa gestita da altri. E allora cominci se prima non lo hai mai fatto a esaminarti a fondo, magari senza ben saperlo, dalla prospettiva di Dio”.
E lecito, in caso di malattia, pregare per la propria guarigione. A volte, Dio accorda la guarigione, se sa che è per il nostro bene eterno. Ma la cosa migliore è conformarsi alla volontà divina, come Gesù nel Getsemani:

“Padre, se è possibile, passi da me questo calice; però non la mia, ma la tua volontà sia fatta”. In questo modo, i malati non sono più delle membra passive nella Chiesa, ma le membra più attive, più preziose. Agli occhi di Dio, un’ora della loro sofferenza, sopportata con pazienza, può valere più che tutte le attività del mondo, se fatte solo per se stessi. Tutti noi sacerdoti riconosciamo che, nel predicare la Parola di Dio, un aiuto inestimabile ci viene dall’offerta che fanno di sé tante buone persone malate, per sostenere il nostro ministero.
Gli assistenti. Tante volte ho avuto occasione di ammirare la dedizione sincera e l’umanità di tante persone: famiglie, personale medico, infermieri, volontari, suore degli ospedali. Non sempre è così, lo so; ma non dobbiamo generalizzare e ignorare il tanto amore e sacrificio che viene prodigato nei luoghi di cura. Attraverso i tanti che si dedicano all’assistenza dei malati, è come se Gesù stesso continuasse a chinarsi ancora con amore su di loro.
Ci sono un paio di cose che vorrei però ricordare. Il malato ha bisogno certamente di cure, di competenza scientifica; ma ha ancor più bisogno di speranza. Nessuna medicina solleva il malato quanto la speranza del suo medico, sentirsi dire da lui: “Ho buone speranze per te”. Quando è possibile farlo senza ingannare, bisogna dare speranza. La speranza è la migliore “tenda a ossigeno” per un malato. E poi amore. L’elogio alla carità di s. Paolo si applica in modo tutto speciale per chi deve trattare con i malati: “La carità è paziente, è benigna... non manca di rispetto, non si adira... Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4ss.).
Non bisogna lasciare il malato nella sua solitudine. Una delle opere di misecordia è visitare i malati, e Gesù ci ha avvertito che uno dei punti del giudizio finale verterà proprio su questo: “Ero malato e mi avete visitato.. Ero malato e non mi avete visitato” (Mt 25, 36.43). Questo è un campo in cui bisogna applicare la massima: “Non tralasciare l'importante per l'urgente!” Visitare una persona malata, magari solo per qualche istante, è una cosa importante. Ma siccome spesso non è urgente, la si rimanda a lungo, finendo per decidersi quando forse non serve più.
Una cosa che possiamo fare tutti, per i malati, è pregare per loro. Quasi tutti i malati del Vangelo sono guariti perché qualcuno li ha presentati a Gesù e lo ha pregato per essi. La preghiera più semplice, e che tutti possiamo fare nostra, è quella che le sorelle Marta e Maria rivolsero a Gesù, in occasione della malattia del loro fratello Lazzaro: “Signore, colui che tu ami è malato!”. Non aggiunsero altro.
Termino con l’augurio a tutti i malati di guarire presto e ritornare alla loro attività, all’affetto dei loro cari, con un motivo in più per essere riconoscenti a Dio e apprezzare la vita. 

BUONA DOMENICA

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