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Notiziario Santa Vittoria

LA PAROLA A CURA DI DON ALESSANDRO

21 GIUGNO 2015 XII TEMPO ORDINARIO ANNO "B"

Gb 38,1.8-11; Sa1106; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41

Il Vangelo di questa Domenica è quello della tempesta sedata. Una sera, dopo una giornata di intenso lavoro, Gesù sale su una barca e dice agli apostoli di passare all'altra riva. Sfinito dalla stanchezza, egli si addormenta a poppa. Intanto si leva una grande tempesta che getta acqua dentro la barca, tanto che ormai è piena. Preoccupatissimi, gli apostoli, svegliano Gesù, gridandogli: "Maestro, non t'importa che noi moriamo?". Destatosi, Gesù ordina al mare di calmarsi: «Taci, calmati!». Il vento cessò è si fece grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete fede?». Fermiamoci qui. Abbiamo il necessario per la nostra riflessione odierna. In che cosa è consistita la mancanza di fede degli apostoli? Non tanto nel fatto che non hanno creduto nella potenza di Gesù, quanto nel fatto che hanno dubitato del suo amore. Hanno messo in dubbio che a Gesù importasse davvero di loro; della loro vita e incolumità. «Maestro non ti importa che noi moriamo?».

Un filosofo, Martin Heidegger, ha analizzato a lungo l'idea del «curarsi», o «prendersi cura» di qualcuno, vedendo in ciò l'ideale più nobile e disinteressato cui l'uomo possa aspirare. È vero. La statura morale di una persona si misura dalla capacità che ha di farsi carico delle persone e delle situazioni, specie nei momenti difficili. Noi stessi rimaniamo ammirati, quando vediamo qualcuno farsi carico di un suo subalterno, difenderlo pubblicamente, rischiare qualcosa per lui. Riconosciamo tutto ciò come vera grandezza morale. Specie se chi agisce così riesce a dimenticare anche le sue personali difficoltà per pensare agli altri. Su questa strada si raggiunge quello che chiamiamo eroismo. Con quella loro domanda, gli apostoli hanno messo in dubbio proprio questa capacità o volontà di Cristo di prendersi cura delle persone a lui affidate, il suo altruismo, la sua premura per gli altri. Proprio la cosa che si osserva al massimo grado nella sua vita e che costituisce uno dei tratti più belli della sua personalità. Una volta Gesù si paragona al buon pastore che affronta il lupo per difendere il suo gregge (Gv 10). Nel momento in cui vennero per arrestarlo nell'Orto degli ulivi, la sua unica preoccupazione fu per i suoi discepoli: «Se è me che cercate, lasciate che questi se ne vadano» (Gv 18).

Ora cerchiamo di cogliere il messaggio contenuto per noi oggi nella pagina del Vangelo. Da questo punto di vista, la traversata del mare di Galilea indica la traversata della vita. Il mare è la mia famiglia, la mia comunità, il mio stesso cuore. Piccoli mari, ma in cui si possono scatenare, sappiamo, grandi e improvvise tempeste. Chi non ha conosciuto qualcuna di queste tempeste, quando tutto si oscura e la barchetta della nostra vita comincia a fare acqua da tutte le parti, mentre Dio sembra essere assente o dormire? Un responso allarmante del medico, ed eccoci in piena tempesta. Un figlio che prende una brutta strada e fa parlare di sé, ed ecco i genitori in piena tempesta. Un rovescio finanziario, la perdita del lavoro, dell'amore del fidanzato, del coniuge, ed eccoci in piena tempesta. Che fare? A che cosa attaccarci e da che parte gettare l'ancora? Gesù non ci dà la ricetta magica su come scansare nella vita tutte le tempeste. Non ci ha promesso di evitarci tutte le difficoltà; ci ha promesso invece la forza per superarle, se gliela chiediamo. San Paolo ci parla di un problema serio che ha dovuto fronteggiare nella sua vita e che chiama «la mia spina nella carne». «Tre volte», dice, ho chiesto al Signore, di liberarmene e finalmente il Signore mi ha risposto. Cosa gli ha risposto? Leggiamolo insieme: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Da quel giorno, ci dice, cominciò addirittura a vantarsi delle sue infermità, persecuzioni e angosce, tanto da poter dire: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,7-10).

La fiducia in Dio: è proprio questo il messaggio del Vangelo. Quel giorno ciò che salvò i discepoli dal naufragio fu il fatto che «avevano preso con sé Gesù nella barca», prima di iniziare la traversata. E questa è anche per noi la garanzia migliore contro le tempeste della vita. Avere con noi Gesù. Il mezzo per tenere Gesù dentro la barchetta della propria vita e della propria famiglia è la fede, la preghiera e l'osservanza dei comandamenti. San Pietro esortava i primi cristiani ad avere fiducia in Dio nelle persecuzioni dicendo: «Gettate in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1Pt 5,7). Dio «ha cura»; a lui importa di noi e come!

Voglio finire con un aneddoto che mi piace tanto. Un uomo fece un sogno. Vedeva due paia di orme che si stampavano sulla sabbia del deserto e capiva che un paio erano le orme dei suoi piedi e l'altro dei piedi di Gesù che gli camminava a fianco. A un certo punto, il secondo paio di orme scompare e capisce che questo avviene proprio in corrispondenza di un momento difficile della sua vita. Allora si lamenta con Cristo che lo ha lasciato solo nel momento della prova. «Ma io ero con te!», risponde Gesù. «Come eri con me, se sulla sabbia non c'erano che le orme di due piedi?». «Erano le mie — risponde Gesù — in quei momenti ti avevo preso sulle mie spalle!». Ricordiamocelo quando anche noi siamo tentati di lamentarci con il Signore perché ci lascia soli.

BUONA DOMENICA

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