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Notiziario Santa Vittoria

LA PAROLA A CURA DI DON ALESSANDRO

XIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO "B"

Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

Il brano del Vangelo forse raccoglie in sintesi alcuni ricordi di due o tre predicazioni di Gesù al suo paese. La pericope, così com'è adesso, vuol chiaramente dire che l'accoglienza trovata da Gesù tra i suoi non fu molto incoraggiante, anzi... Il Vangelo lascia anche intuire almeno uno dei motivi di tale freddezza: il fatto che Gesù non era stato e non sembrava essere che uno di loro, un carpentiere, un operaio qualunque, uno venuto su con loro, sotto il loro cielo e non dal cielo, con una vita e una povertà come la loro! Di lui avevano — o meglio credevano di avere — già un'esatta conoscenza e schedatura. Di lui conoscevano anche la madre, i «fratelli» e le «sorelle», che vivevano con loro. Dunque i nazaretani si erano costruiti la scheda di Gesù. Confrontandola con quella che anch'essi si erano immaginata del Messia — un Messia glorioso, politico, sfolgorante di cielo — passano dallo stupore allo scandalo, all'incredulità. Non vogliono mettere in discussione i loro schemi, disporsi a una revisione e magari a una conversione e a una fede nuova. Discutono invece su Gesù e lo escludono dai loro schemi. Uno dei motivi per cui la parola di Dio — e a maggior ragione la nostra — può essere inefficace è dunque la durezza del cuore di chi l'ascolta, l'attaccamento incondizionato ai propri schemi mentali, alla propria opinione, alla propria maniera di vedere e di vivere. Al racconto evangelico già ci introduceva il brano del profeta Ezechiele. Come altri profeti, anch'egli è un mandato al suo popolo ribelle, che non vuole ascoltare l'invito alla conversione per evitare l'imminente catastrofe. Quel popolo, infatti, si sente sicuro di sé, delle sue mura, del suo esercito, dell'amicizia dell'Egitto, del suo stesso culto e del suo tempio. Non pensa e non vuol pensare che la salvezza sta in Dio, nell'essere amici suoi con il cuore innanzitutto, amicizia che si traduce non in un culto formalistico, ma in una vita di giustizia, di fedeltà, di lealtà, di carità. E così tale «genìa di ribelli» vedrà la rovina della città, del tempio, della nazione per mano dei babilonesi nel 586 a.C. Viene da chiederci: perché allora Dio mandava ugualmente i profeti? Anche s. Paolo esprime la difficoltà di una missione come la sua. Nel brano di oggi accenna a qualcuna di queste gioie inscindibili dalle sofferenze.

Egli afferma di avere ricevuto grandiose e bellissime rivelazioni su Dio, sul suo piano d'amore per tutti gli uomini, su Gesù Cristo, la chiesa, il futuro, ecc. E sente l'ansia di comunicarle in tutto il mondo: si sente «apostolo delle genti». Per di più notava tra le genti una notevole e incoraggiante disponibilità: gli sembrava che tutto il mondo aspettasse la sua predicazione... Ed ecco che si accorge di portare con sé, forse nel suo corpo, un «messo di satana»: forse una malattia? S. Paolo desidera esserne liberato, perché gli sembra che così potrebbe servire meglio il vangelo. Invece la liberazione non viene. Egli stesso infine capisce che c'è un disegno del Signore: lo vuole tenere lontano dalla superbia e gli vuol far capire che il bene vero cresce dall'umiltà, dalla sofferenza, dalla croce; dalla nostra debolezza resa forte dalla grazia che l'uomo invoca dal Signore. Tutto questo ha fatto trovare a Paolo il senso e la forza del suo apostolato, della sua azione, dei suoi successi e dei suoi fiaschi, dei suoi viaggi e delle sue delusioni, delle sue gioie e delle sue sofferenze. Tutto ciò parla di realismo e di conforto per chi è chiamato a predicare la parola di Dio, la buona novella: preti, religiosi, laici impegnati, lo stesso popolo di Dio, in genere. La nostra parola, anche quando serve autenticamente la parola di Dio, può suscitare domande analoghe a quelle dei nazaretani per Gesù... e suscitare reazioni negative e amare delusioni quindi. La fede, alimentata anche dall'ascolto delle letture bibliche di questa domenica, ci invita a sperare che la nostra parola e la nostra testimonianza siano ugualmente forti (come s. Paolo si sentiva forte anche nella sua debolezza) e di servizio all'uomo. A noi il mantenere aperto il cuore nell'ascolto della parola che salva e illumina anche il nostro oggi. Insieme cercare la coerenza con i valori indicati da tale parola. Alimentare il coraggio nella testimonianza anche in ambienti duri, difficili, ribelli. Senza pretendere di vedere subito risultati, specialmente risultati secondo i nostri schemi. Infine conviene ricordare che proprio perché la missione del profeta, dell'apostolo, del predicatore, del popolo di Dio nel mondo è difficile, un po' di comprensione e di amicizia all'interno della chiesa sarà sempre gradita come un grande dono.

BUONA DOMENICA

 

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