Centro San Rocco - Interventi

Giovani ed interiorità
Data pubblicazione : 20/03/2018
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Il rapporto con i giovani e la loro interiorità in rapporto alla fede. - di Lino Liberati

E’ un argomento che ci porta sempre a utilizzare dei luoghi comuni e dire delle cose scontate. Anche e soprattutto da chi ha provato a mettersi a disposizione di varie generazioni di ragazzi scout.

Gioventù è da considerarsi sicuramente un periodo della vita di ognuno di noi, quando gli stravolgimenti fisici, sessuali e emotivi  sono travolgenti. (psicologi, psicoterapeutici …chi più ne ha più ne metta e ne dica…).

Gioventù nella fede invece, come sanno gli addetti ai lavori, leggendo Nicodemo, è tutta la vita. Non un periodo preciso, ma la vita. Tutta la vita.

Se ciò potrebbe essere condivisibile, però,  come sempre, l’applicazione pratica, il metodo di approccio, la cosiddetta evangelizzazione è sempre soggettiva, variabile e/o rinnovabile, statica e/o intoccabile, condivisibile e/o discutibile.

Ma i giovani di oggi che tipi sono? Hanno bisogni spirituali, oltre ai corporali? E la famiglia e gli amici???

Le domande siamo tutti bravi a farle e a farcele, ma la risposta/e probabilmente ne avremmo una diversa per ogni giovane, anche se pensiamo che tutti sono oramai omologati. Perché l’unicità della persona è ovvia, certa, naturale. Ma noi adulti ce ne rendiamo conto?

Non parlo solo di genitori perché ciò è fuorviante. Ma adulti, genitori, maestre/i, professori/esse, sacerdoti, religiosi/e educatori, allenatori ecc.

Riflettendo su quanto da me vissuto arrivo ad una semplice e scontata conclusione. Ci vogliono delle persone che camminino, né avanti né dietro, ma insieme al giovane.

Sono convintissimo che per la maggior parte dei ragazzi/e, dall’età dei 13 \14 anni, non potranno più’ essere i genitori. O almeno loro non potranno bastare, in un primo momento. Rientreranno dopo. Se riusciranno ad avere la pazienza di “aspettare”, ascoltando i rifiuti, le lamentele, le proteste, le affermazioni indisponenti…e cercando di dialogare non romperanno i rapporti.

Ma se questi “educatori” preziosi non saranno lì, non si faranno trovare, non li scoviamo, non li aiutiamo a venire fuori e a non aver paura di mettersi in discussione,  i ragazzi troveranno solo ed esclusivamente il vuoto, il nulla o meglio il tutto di ciò che la società ci propone pur di non pensare. A quel punto la distanza si amplia sempre di più fino a diventare incolmabile.

Fatta questa piccola analisi, vorrei precisare che per quanto riguarda la fede non credo differisca molto il ragionamento. Con la differenza che ci sono delle evidenze che non si vogliono notare; delle chiarezze che  chiederebbero delle variazioni, ma che nessuno, a partire da me, le vogliono prendere per apatia o svogliatezza, stanchezza e mancanza di confronto serio e approfondito.

Nello stesso tempo è talmente palese il fatto che si deve fare un’analisi degli errori e delle leggerezze e castronerie che si commettono nell’evangelizzazione e nel cammino di iniziazione cristiana, e quindi correre ai ripari, da non essere più  sopportabile il contrario. Questa situazione sta "scritta" nella concretezza e nell’esperienza cristiana giornaliera. Non si deve scandalizzare nessuno, ma si deve e si può rivedere il funzionamento di metodi oramai obsoleti.

(Catechismo lungo anni, noioso e ripetitivo; riti, tradizioni, liturgie di tutti i tipi senza motivazioni ed entusiasmo; organi decisionali che non decidono, consigli che non consigliano, consulte che non consultano, riunioni inutili che si moltiplicano … laici e clero con il pallino dell’efficientismo e della perfezione della forma esteriore a discapito della vera evangelizzazione. Infine  la paura di parlare di Gesù Cristo a voce alta. Noi ci stiamo vergognando di proporre Gesùcome “Salvatore di tutto”.  Quante volte capita di proporre ai ragazzi/e di fare un servizio, di andare a trovare un anziano, di servire alla mensa caritas….. di ripulire un angolo abbandonato, ecc, ma mai o quasi mai li invitiamo con la stessa forza a partecipare alla Messa o ad un momento di preghiera? Perché anche noi non ci crediamo fino in fondo.

Noi abbadoniamo il campo, ci mettiamo in retroguardia (minimizziamo) e qualcun altro prende il nostro posto.

I giovani ci guardano, osservano e giudicano i nostri atteggiamenti per vedere quanto siamo credibili.

Ecco il problema. Noi adulti non siamo credibili. Siamo oramai statici nelle nostre “certezze” .

Non vogliamo cambiare, stiamo bene così, siamo in poltrona.

E così allo stesso modo viene giudicata la Chiesa. Una istituzione non al passo con i tempi. Utile solo per alcuni servizi e aspetti, ma niente di più.

Gesù è una persona che, oggi, non è assolutamente conosciuta e quindi quale utilità puo' avere per la vita di ogni giorno?

Quindi tutto dipende da noi,  dalla nostra disponibilità a divenire umili e servi inutili, dal nostro mettersi in ascolto e non al comando, per poter trasmettere la bellezza affascinante di Gesù e di quello che ci ha detto, che ci ha fatto vedere, di cosa significa essere provvidenza per gli altri con gratuità; della speranza-luce che è in noi, ma che noi teniamo nascosta. Solo per noi!

Se ancora il "dovere" e la "non risposta" prevarranno, quando la "preghiera" verrà messa solo agli angoli delle attività, i risultati saranno sempre più mediocri. 

Quindi il problema non sono i giovani, ma siamo noi.

Iniziamo  un coraggioso atto di riflessione su come stiamo vivendo nella nostra parrocchia, diocesi, il nostro essere cristiani nella vita di tutti i giorni, sia singolarmente che come popolo di Dio.

E la ricaduta sui giovani sarà certamente positiva.

 

Lino Liberati

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