Centro San Rocco - Interventi

L'emigrazione marchigiana tra 800 e 900
Data pubblicazione : 08/12/2019
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Un fenomeno veramente consistente, raccontato con grande ricchezza di particolari da Olimpia Gobbi nell'ultimo incontro del ciclo "Noi, lo straniero". - di Luca Romanelli

Si è forse persa la consapevolezza dell’enorme esodo migratorio che le Marche, terra accogliente nei secoli passati, vissero dalla fine dell’800 fino al primo dopoguerra. Olimpia Gobbi, storica del territorio, l’ha raccontato a San Rocco in occasione dell’ultimo incontro del ciclo “Noi, lo Straniero”, sabato 7 Dicembre.

 

Si calcola che tra il 1880 ed il 1965 siano partite 660 mila persone, in una terra che contava meno di un milione di abitanti. 357 mila solo nel ventennio 1896-1915. La globalizzazione indotta dalla creazione di vasti imperi coloniali e lo sviluppo tecnologico della belle epoque avevano messo in forte crisi la nostra arretrata economia, provocando un crollo dei prezzi del grano, la nostra principale cultura, e dei prodotti manufatturieri che sostentavano i ceti urbani. La crescita demografica in atto già dal 700 e l’esaurimento della terra coltivabile avevano creato una situazione esplosiva di miseria che solo per pochi anni la rete solidaristica locale aveva potuto contenere.

 

L’andare verso il Sudamerica prima, il Nord Europa e il Nord America successivamente è stata quindi la salvezza delle Marche ed un fonte importante di progresso economico e culturale. Partivano non solo i contadini, interi nuclei familiari che si separavano dai ceppi patriarcali per riprodurre altrove il modello mezzadrile, ma anche artigiani, professionisti e singole donne, come nel caso delle balie che andarono a servizio ad Alessandria d’Egitto e al Cairo, all’epoca fiorenti e cosmopoliti centri mercantili.

 

Flussi iniziati da “pioneri”, che per primi esploravano le opportunità del paese ospitante e richiamavano successivamente amici e parenti, creando reti di relazioni ed opportunità ancora poco studiate, ma che hanno avuto un impatto profondo sulla nostra vita economica e civile. Le rimesse dei migranti lenivano infatti l’indigenza di chi rimaneva e contribuivano alla crescita degli investimenti. Le conoscenze e le relazioni da essi acquisite hanno inoltre rappresentato uno stimolo importante per il nostro sviluppo economico e sociale.

 

Gli studi di Marco Moroni, ad esempio, hanno dimostrato come il mercato argentino alimentato dagli emigrati locali, per cui la fisarmonica era un forte segno di identità, abbia contribuito in maniera determinante alla nascita del distretto degli strumenti musicali a Castelfidardo.

Olimpia Gobbi ha invece studiato a fondo l’emigrazione delle donne da Ripatransone verso l’Egitto, un migliaio circa su 7 mila abitanti. Le loro storie di successo (tornavano benestanti, avviavano attività, parlavano le lingue) ma anche di sofferti reinserimenti nei luoghi d’origine raccontano dell’emancipazione femminile in un contesto di arcaica soggezione, in cui era vietata alle donne persino la scrittura.

 

Lo Straniero che è in noi si rivela quindi anche attraverso l’andare e le contaminazioni inevitabili che le catene umane di nuove e vecchie comunità hanno attivato.

 

Luca Romanelli – 7 Dicembre 2019

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