1 aprile 2026

Messa Crismale: Omelia dell’Arcivescovo Pennacchio

Cattedrale Metropolitana di Fermo

2 Aprile 2026

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri. Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. A chiusura della Quaresima, alle soglie del Triduo Pasquale, questa profezia, già anticipata al momento dell’Incarnazione, viene pienamente adempiuta. Il Verbo, infatti, nel prendere una natura in tutto simile alla nostra, accettava per ciò stesso la morte: “Entrando nel mondo” – scrive Eb 10,5-7 – “Cristo dice: tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato … Allora ho detto: Ecco io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà“.

Lo Spirito del Signore si è posato quindi sul Cristo, lo ha consacrato perché la Scrittura si adempisse nella sua morte in croce e si perfezionasse nella Risurrezione. È, quindi, questa unzione che in primo luogo noi celebriamo oggi: Lui, l’Unto per eccellenza, divenuto sacerdote eterno della nuova alleanza, grazie all’offerta di se stesso al Padre, atto di obbedienza nella pienezza dell’amore. Tutto procede da lui, dalla sua consacrazione sacerdotale, dal suo dono d’amore.

La celebrazione dei sacramenti e i sacramentali scaturiscono da questo mistero; per questo il vescovo benedice gli olii in prossimità dell’annuale celebrazione del Cristo morto, sepolto e risuscitato. Attraverso il gesto semplice dell’unzione, si esprime la ricchezza della nostra esistenza in Cristo: il crisma, per significare il dono dello Spirito Santo nel Battesimo, nella Cresima, nell’Ordine; l’olio per i catecumeni e quello per i malati, segno della forza che libera dal male e sostiene nella prova della malattia. Non a caso, durante la Confermazione, prima dell’invocazione allo Spirito santo – vedo molti cresimandi e cresimati – si chiede al popolo di pregare perché, con l’unzione, i cresimandi vengano resi pienamente conformi a Cristo.

Il sacerdozio di Cristo viene partecipato in ciascuno di noi, popolo giustamente chiamato sacerdotale che, come ci ricorda il Concilio, “concorre alla oblazione dell’eucaristia, ed esercita il suo sacerdozio con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità” (LG 10): tutto, la nostra vita spirituale, la profezia, la testimonianza cristiana nella vita quotidiana, una vera e propria forma di martirio nel senso di testimonianza… tutto questo dice il nostro essere “sacerdoti”.

In questa prospettiva assumono valore gli impegni che i presbiteri oggi rinnovano insieme al vescovo, perché l’eterno sacrifico di sé, che Cristo ha compiuto ed ancora compie in cielo a nostro favore ha bisogno di essere reso presente in ogni luogo e tempo. Per questo, perché sia dato ad ogni uomo di partecipare alla vita in Cristo, siamo investiti, a nostra volta, di un sacerdozio, questa volta chiamato ministeriale, per il servizio al popolo di Dio, del quale – superfluo ricordarlo? – siamo parte.

Cari confratelli presbiteri, oltre ad essere stati inseriti nel sacerdozio di Cristo come tutti i battezzati, abbiamo ricevuto il grande dono, immeritato, dell’Ordine sacro. Celebrando l’Eucarestia, l’Agnello immolato viene reso presente sacramentalmente, attraverso e nella la nostra persona. Non celebriamo “a nome di Cristo” o “nelle veci di Cristo” ma realmente identificati in Lui, nel nostro essere e nell’agire; se esiste in ciascuno di noi una configurazione permanente a Cristo, realmente e lealmente fedeli alla Chiesa, sua sposa e suo corpo, nell’Eucaristia scopriamo la verità del nostro sacerdozio, perché ci rende suo sacramento vivente. Essere preti è un dono ed una responsabilità perché interpella sempre la nostra scelta di donare la vita per amore.

Cari confratelli presbiteri, la messa crismale dice che il nostro sacerdozio, la nostra vita è spesa in funzione e a servizio della primaria unzione di tutti i battezzati (e non viceversa). Nell’ordine cronologico, infatti, un cristiano è prima di tutto unto e conformato a Cristo e solo successivamente può essere unto in ordine al sacerdozio ministeriale. Uno studioso fa notare che, se nella Confermazione, l’unzione col crisma è segno sacramentale, nelle ordinazioni le unzioni delle mani e del capo sono (solo) riti esplicativi. Lascio ai nostri esperti di liturgia l’approfondimento.

Da questa consapevolezza nasce anche una visione diversa di Chiesa, di comunità, di vita pastorale. Il nostro impegno pastorale deve sempre tener presente che i fedeli hanno il diritto/dovere di adempiere nell’oggi la missione connessa alla loro unzione sacerdotale in Cristo, come ci ricorderà a breve la preghiera di consacrazione del crisma, che sottolinea la testimonianza e il culto quali dimensioni proprie dell’essere cristiano, senza distinzioni. Infatti, a conclusione si chiede a Dio che “i battezzati, consacrati tempio della tua gloria, spandano il profumo di una vita santa”. Noi siamo i primi responsabili di suscitare sempre più questa forma di Chiesa.

Il fulcro della nostra celebrazione è il crisma, anzi – torno a dire – l’unzione di Cristo, da cui discende il sacerdozio di tutti i battezzati. Per questo, la messa crismale è il momento liturgico più eloquente che manifesta l’unità della Chiesa diocesana intorno al vescovo. I membri del popolo santo di Dio, i presbiteri, diaconi, consacrati, consacrate (un pensiero grato ai sacerdoti della CdC e alle monache di clausura), facciamo parte di un’unica grande famiglia spinta alla missione, ciascuno nel proprio stato di vita, uniti dall’essere tutti sacerdoti in Cristo. Siamo stati unti, abbiamo ricevuto doni dallo Spirito per l’edificazione della Chiesa, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito santo.

Il cammino sinodale ha avviato processi perché questa consapevolezza sia più convinta e la dimensione sacerdotale dell’esistenza cristiana emerga maggiormente nell’esistenza quotidiana. Di recente, gli incontri con i CPP e CAEP delle parrocchie ci hanno restituito una realtà che, anche quantitativamente, desidera riscoprire e valorizzare l’identità battesimale di ogni cristiano e il suo ruolo nella comunità.

Durante il tempo pasquale entrerà nel vivo il rinnovo di questi organismi di partecipazione. Non basta essere parte del corpo di Cristo, occorre sentirsene corresponsabili; assumere un incarico nella propria parrocchia, come in un’aggregazione ecclesiale, non dev’essere però percepita come una disgrazia o, peggio, ricercato per motivi di visibilità o di potere. Non lasciamo soli i sacerdoti – sempre meno – nella loro missione. Esorto tutti, specialmente i giovani, a farsi avanti perché, anche grazie al loro apporto, il volto di Cristo risplenda, rinnovato, nella nostra bella Chiesa diocesana. Tuttavia, anche un’organizzazione efficiente della vita parrocchiale, pur animata dalla carità, senza la testimonianza credibile e quotidiana di ciascuno, è ancora insufficiente.

Ce lo ha ricordato la preghiera di Colletta, chiedendo a Dio che tutti siano “resi partecipi della consacrazione, per essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza”. La Madonna Assunta accompagni il nostro cammino. Amen.

+ Rocco Pennacchio,  Arcivescovo

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