21 marzo 2026, Auditorium Villa Nazareth

“Animare, Benedire, Abitare e Costruire la Comunità”

Il racconto di Anna Rossi, coordinatrice dell’Ufficio diocesano Problemi Sociali, Lavoro, Giustizia e Pace

27 Marzo 2026

Sabato 21 marzo a Fermo, nella sede di Villa Nazareth, si è tenuto l’incontro per amministratori e cittadini impegnati nel campo politico intitolato “Animare, Benedire, Abitare e Costruire la Comunità”.

Il relatore Giovanni Teneggi, ricercatore e saggista, designer di servizi per l’economia e l’impresa sociale, ha iniziato il suo intervento con un breve passaggio sui quattro verbi inseriti nel titolo dell’incontro, asserendo che Animare significa trovare il perché e, soprattutto, per chi la comunità ci deve essere; Benedire è dire bene: non si può costruire un paese se prevale il dire male; ma benedire è una pratica pedagogica, è lo stile diffuso di una comunità, richiede uno sforzo, una fatica; ogni sera bisognerebbe preparare un taccuino e scrivere il bene che si è fatto e trovato quel giorno e ripartire il giorno dopo da lì; Abitare è prendersi cura della comunità, è rendersi visibili all’interno della comunità, non è  solo “lo stare”; Costruire la comunità è un processo continuo. Abbiamo perso la comunità quando abbiamo smesso di costruirla, quando abbiamo dimenticato che costruire la comunità riguarda il mio interesse personale, la mia realizzazione. La comunità è il bene più ricercato al mondo; la solitudine è il danno più grave della comunità.

A causa della solitudine iniziano a comparire anche da noi manifesti per “affittasi persone” così come a Tokio, capitale della solitudine, dove si comprano le persone: i nonni, i genitori etc…. Dobbiamo fare attenzione anche alle continue offerte di servizi in casa: ogni bene ci può essere recapitato senza uscire; è male? No, ma limita la mia socialità, alimenta la mia solitudine, allora è importante avere la consapevolezza e saper compensare. Le intelligenze artificiali ci aiutano a risolvere i problemi pratici, sanno fare ma non sanno pensare. La solitudine si genera tra il confort e il disagio.

Ci manca l’algoritmo fondamentale che è il noi, siamo noi che dobbiamo costruire la comunità per Tutti, perché ogni io possa realizzarsi. Per imparare “il noi” dobbiamo andare nei borghi, ma “del noi” c’è tanto più bisogno nelle città: infatti in un piccolo borgo la gente si conosce, si chiama, si ascolta, si incontra, nelle città ognuno è sconosciuto all’altro.

Teneggi ha parlato anche delle migrazioni sottolineando come gli sconfinamenti ci sono sempre stati: anche nel passato si viveva di sconfinamenti: tutti andavano a lavorare da un’altra parte poi ritornavano nelle loro comunità per costruire il futuro dei figli. Ai figli si consegnavano beni materiali ed immateriali perché continuassero la storia. Ora i figli sono venuti a mancare, anche, ma non solo, biologicamente, ma soprattutto mancano perché dobbiamo risolvere il problema di capire quali sono i figli e di chi sono i figli di una comunità. Dobbiamo essere consapevoli che senza figli la comunità considerata come realizzazione, rifugio, prossimità, non esiste. Ma quali: i figli nostri o anche i figli degli altri? È un dilemma che non riusciamo a superare, ancora una volta dobbiamo porci la domanda “la comunità per chi? È in questo momento che il noi inizia a lavorare perché l’io di tutti possa realizzarsi.

Il relatore poi, di fronte agli amministratori, prova ad elencare alcune strategie per rendere le politiche condizioni abilitanti:

1) L’io, il desiderio: sospendere la mappa dei bisogni, ma ascoltare i desideri, le aspirazioni. C’è bisogno non di piani sociali per i bisogni, ma di piani sociali per i desideri.

2) L’accedere a patrimoni materiali ed immateriali del territorio. Non possiamo dire bellezza se un bene non è incarnato nella vita. La ricerca che dobbiamo fare è sul valore d’uso. Per capire bisogna accedere. Abbiamo i giovani ascoltiamo i loro sogni, i loro desideri, rendiamo loro possibile l’accesso ai beni materiali ed immateriali che possono accompagnarli nella realizzazione dei desideri. Non ci mancano beni da trasformare, anche le parrocchie ad esempio hanno beni da consegnare alle nuove generazioni perché le trasformino

3) la fragilità:la pietra scartata va presa e resa testata d’angolo”. Le persone fragili diventino un punto di forza, le politiche, sempre seguendo i desideri, devono valersi delle ricchezze che le persone fragili presentano perché mentre il noi si occupa di loro, i tanti Io a cui è permessa la realizzazione migliorano la comunità.

4) il mondo globale è condizione abilitante. Lo è perché si deve stare al mondo ma, anche questo vuole una intenzionalità. Si deve decidere fin dove si vuol portare il lembo del nostro confine. Nelle nostre economie ci sono parti mancanti e per questo non sono più abilitanti. Il mondo è globale allora dobbiamo permettere a chi vuole abitare di diventare identità qui, di integrare anche la loro economia per arricchire e trasformare la comunità come possibilità per tutti di autorealizzazione.

Per indicare come le nostre politiche sono perdenti perché non abilitanti, basta porsi una domanda: Cosa stiamo togliendo ai nostri figli? Dove li facciamo crescere? Nelle nostre comunità stiamo togliendo la possibilità di realizzazione, la prossimità, il rifugio, la pace, la giustizia ed ogni bene che possa derivare da comunità pensate, intenzionali dove manca il mattoncino del noi.

Nel dibattito che è seguito alla relazione è stato rilevato dagli amministratori stessi che nelle nostre comunità c’ è mancanza di dialogo, si è chiesto come un comune possa custodire i desideri soprattutto dei giovani e come educare gli stessi all’amore per la propria comunità. Il relatore ha risposto che il problema più grande è che noi adulti abbiamo smesso di desiderare, di sognare e questo impedisce il discorso intergenerazionale.

L’arcivescovo, Mons. Rocco Pennacchio, nelle conclusioni, evidenzia come questa iniziativa che prende il via dall’incontro sinodale di ascolto dei sindaci e che ormai ogni anno la Chiesa propone, ci dice che la fede è una ispirazione per tutti perché la proposta del Vangelo ha una ricaduta sull’umanità. Ciò che ci unisce è la condivisione dell’umano, non esiste una proposta cristiana che non riguarda l’uomo. Quindi siamo qui per ritrovare un’alleanza per ricostruire “Il comune”. Per fare questo c’è bisogno di intergenerazionalità. Cita Gioele quando afferma che “i vecchi faranno i sogni ed i giovani avranno visioni.

Il Vescovo individua poi tre problematiche: la prima è che le nostre comunità sono paternalistiche senza futuro; la seconda è che i progetti si fanno solo se ci sono soldi, mentre l’interesse dovrebbe essere rovesciato: capire i progetti necessari alla vita delle persone e poi trovare i soldi. Terzo problema consiste nel fatto che, pur essendoci nel nostro territorio molte associazioni, viviamo in realtà la solitudine delle associazioni, che sono chiuse nei loro confini.

Il desiderio è di fare passi avanti.

 

 

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