Diaconato Permanente

11 Gennaio 2009

Il servizio dei diaconi nella Chiesa è documentato fin dai tempi apostolici. Una consolidata tradizione, attestata già da Ireneo e confluita nella liturgia di ordinazione, ha visto l’inizio del diaconato nell’istituzione dei sette uomini provati di cui parlano gli Atti degli Apostoli (6, 1-6). Nel grado iniziale della gerarchia stanno quindi i diaconi, il cui ministero è stato sempre tenuto in grande considerazione nella Chiesa. San Paolo li saluta assieme ai vescovi nell’incipit della Lettera ai Filippesi (cf Fil 1, 1) e nella Prima Lettera a Timoteo recensisce le qualità e le virtù di cui devono essere ornati per compiere degnamente il loro ministero (cf 1 Tm 3, 8-13).

La letteratura patristica attesta fin dal principio questa struttura gerarchica e ministeriale della Chiesa, comprensiva del diaconato. Per Ignazio di Antiochia una Chiesa particolare senza vescovo, presbitero e diacono sembra impensabile. Egli sottolinea come il ministero del diacono non è altro che «il ministero di Gesù Cristo, il quale prima dei secoli era presso il Padre ed è apparso alla fine dei tempi». La Didascalia Apostolorum e i Padri dei secoli successivi, come pure i diversi Concili e la prassi ecclesiastica testimoniano la continuità e lo sviluppo di tale dato rivelato.

L’istituzione diaconale fu fiorente, nella Chiesa d’Occidente, fino al V secolo; poi, per varie ragioni, essa conobbe un lento declino, finendo con il rimanere solo come tappa intermedia per i candidati all’ordinazione sacerdotale. Il Concilio di Trento dispose che il diaconato permanente venisse ripristinato, come era anticamente, secondo la sua propria natura, quale originaria funzione nella Chiesa. Ma tale prescrizione non trovò concreta attuazione. Fu invece il Concilio Vaticano II a stabilire che il diaconato potesse «in futuro essere restaurato come grado proprio e permanente della gerarchia…, (ed) essere conferito a uomini di età matura, anche sposati, così pure a giovani idonei, per i quali però deve rimanere in vigore la legge del celibato», secondo la costante tradizione. Le ragioni che hanno determinato questa scelta furono sostanzialmente tre: a) il desiderio di arricchire la Chiesa con le funzioni del ministero diaconale che altrimenti, in molte regioni, avrebbero potuto difficilmente essere esercitate; b) l’intenzione di rafforzare con la grazia dell’ordinazione diaconale coloro che già esercitavano di fatto funzioni diaconali; c) la preoccupazione di provvedere di ministri sacri quelle regioni che soffrivano di scarsità di clero.

Le linee della ministerialità nativa del diaconato sono dunque, come si evince dall’antica prassi diaconale e dalle indicazioni conciliari, molto ben definite. Tuttavia, se tale originaria ministerialità è unica, sono però diversi i modelli concreti del suo esercizio, che dovranno essere suggeriti di volta in volta dalle diverse situazioni pastorali delle singole Chiese.

(Dalle Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, a cura della Congregazione per l’Educazione Cattolica e della Congregazione per il Clero)

I diaconi permanenti dell’Arcidiocesi di Fermo

Angelelli Enzo
Antifora Roberto
Basili Fiorenzo
Carlomè Nazario
Chinnici Rosario Salvatore
Di Girolamo Pietro
D’Ignazio Massimo
Donati Giovanni
Esposto Giancarlo
Facchino Matteo
Fantuzi Mario
Fioretti Giuseppe
Giosuè Aldo
Gironelli Enzo
Giuliani Franco
Gulinelli Marco
Liberati Mario
Lorenzini Redeo
Marignani Graziano
Marinozzi Romualdo
Natali Achille
Nebbia Patrizio
Pasquaré Fabio
Pastocchi Giovanni
Perfetti Elio
Postacchini Renato
Romiti Renzo
Serafino Vito Pietro
Stacchietti Sergio
Talamonti Angelo
Tassotti Reginaldo
Tesi Marco
Vergari Guido
Zallocco Attilio

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