Un contributo di Giovanni Morale, Vicedirettore Gallerie d’Italia – Milano

Il capolavoro del Baciccio torna a Fermo

L’Adorazione dei Pastori è stata esposta alla grande mostra sul Barocco a Forlì

7 Luglio 2026

L’Adorazione dei Pastori di Giovan Battista Gaulli, detto “il Baciccio” è tornata in città, nella Chiesa di San Domenico dove è custodita dal Natale del 2018, dopo essere stata esposta negli ultimi mesi al Museo Civico San Domenico di Forlì, dove è stata allestita la mostra “Barocco. Il Gran Teatro delle Idee”.

Abbiamo chiesto a Giovanni Morale, vicedirettore delle Gallerie d’Italia di Milano, che ha visitato la mostra, di inviarci un suo contributo.
Giovanni Morale ha curato anche l’esposizione a Palazzo Marino a Milano del Polittico di Monte San Martino dei fratelli Carlo e Vittore Crivelli nel periodo di Natale 2025.

 

“Lo scorso 28 giugno si è conclusa al Museo Civico di san Domenico a Forlì la mostra “Barocco. Il Gran Teatro delle Idee”, una colossale esposizione di opere d’arte con oltre duecento dipinti, statue, oggetti di oreficeria, disegni, provenienti dai più prestigiosi musei nazionali e internazionali per esplorare le meraviglie, i contrasti e il pensiero di un movimento storico artistico che ha attraversato i secoli e che ha visto il suo nascere nel mondo cattolico del Seicento. L’esposizione ha avuto davvero una valenza storica, non solo per l’ampiezza della proposta artistica, ma anche per la profondità dei temi trattati per comprendere meglio la complessità del Barocco, che ha infiammato la creatività fino ai nostri giorni.

La mostra è stata realizzata grazie all’impegno di Gianfranco Brunelli, uomo coltissimo e di rara sensibilità, che ha offerto ai visitatori un’infinità di stimoli e di momenti di approfondimento. Oltre centomila visitatori hanno potuto godere e assaporare sala per sala la grandezza del caleidoscopico mondo, che rifletteva attraverso la teatralizzazione, le ragioni più profonde dell’Essere e il rapporto con Dio e la Chiesa.

La mostra forlivese è stata realizzata in dodici sezioni che si differenziavano per latitudine, autori, tipologia di prodotto artistico e contenuto.
Nella prima sezione una solenne introduzione al Barocco nella chiesa dell’ex convento domenicano, risplendevano i capolavori del Seicento; Caravaggio e Rubens, Carracci e Pietro da Cortona, Francesco Borromini con i suoi disegni architettonici e non da ultimo l’Adorazione dei Pastori, proveniente da Fermo. L’opera di Giovan Battista Gaulli, detto il Baciccio (1639-1709), è stata davvero un’autentica sorpresa visiva, incastonata nella cornice della chiesa e teneva pienamente testa ai grandi nomi presenti, sottolineando l’importanza di un autore straordinario, ma forse troppo sottovalutato dalla critica.
Una menzione d’onore va anche all’architetto dell’esposizione, Alessandro Lucchi, che ha saputo comprendere lo spirito e la complessiva della mostra, esaltando sapientemente il capolavoro fermano.

L’opera mi ha colto di sorpresa per il vigore cromatico e l’eloquenza espressiva della composizione. San Giuseppe e la Madonna mostrano Gesù appena nato ai pastori, mentre nei cieli degli angeli rutilanti incensano la scena. Il dipinto, giocato con forti contrasti cromatici, eredi della tradizione manierista, viene declinato con un chiaroscuro tipico del Seicento. La sorgente di luce è data dal Bambino stesso tanto da accecare uno dei pastori chiamati dalla turba angelica nella stalla di Betlemme. Il Baciccio ci seduce con la sua abilità pittorica e ci sentiamo, come pastori nella notte santa, partecipi alla Divina nascita. Lo sposo di Maria ha l’aria festante, insieme sorpresa ed attonita, velato da una mistica dolcezza. Incredibili gli angeli in cielo che gestiscono sapientemente turiboli d’incenso per celebrare dal cielo il Bambino. La pala d’altare ha una forte valenza sinestetica: sembra che possiamo odorare il soave profumo dell’incenso e ascoltare l’annuncio evangelico: “Gloria in excelsis Deo”. Proprio vicino alla culla riposa un agnello, simbolo prolettico della passione e morte di Cristo, e ci fa riflettere su come il mistero del Natale sia legato imprescindibilmente alla solennità per eccellenza, la Pasqua.

Il prestito del capolavoro fermano ha permesso a numerosi visitatori di conoscere l’autore, ammirare uno straordinario dipinto e far venire voglia di poterlo contemplare in loco, magari programmando una visita nella Marche. L’operazione culturale è stata resa possibile grazie alla lungimiranza, non scontata, dell’Arcivescovo Mons. Rocco Pennacchio, che ha compreso che la valorizzazione dell’arte è strumento per diffondere cultura ed elevare l’animo verso riflessioni più profonde.

Il “ritorno a casa” del dipinto è occasione anche per i Fermani di ripensare al proprio patrimonio e di certo contemplare con un nuovo sguardo la grande opera del Baciccio.

Del pittore genovese sappiamo che si trasferì a Roma nel 1657, divenendo subito amico di Gianlorenzo Bernini, che ne apprezzava molto le capacità artistiche. Grazie a Bernini, il Gaulli ricevette la commissione di dipingere i pennacchi della cupola di Sant’Agnese in Agone in Piazza Navona. Molto apprezzato dai Gesuiti, dipinse nella chiesa primaziale dell’Ordine dove eseguì il suo capolavoro, tra il 1661 e il 1679, il Trionfo del nome di Gesù. Sulla volta della Chiesa, infatti, Gaulli riesce attraverso un moto vorticoso e vertiginoso a creare immagini illusionistiche straordinarie che rappresentano un unicum in tutta la storia dell’Arte. Il prodigio teatrale della volta del Gesù era presente nella mostra a Forlì attraverso un bozzetto preparatorio e testimonia di come l’autore sia una tappa fondamentale per comprendere il Barocco.

Solo recenti studi, confermati anche da Massimo Francucci, come attesta la scheda dell’opera del poderoso catalogo forlivese, indicano una datazione tarda del capolavoro: se la Brugnoli l’aveva datata 1679, Engass al 1672 e Faggiolo dell’Arco al 1670 circa, Francesco Petrucci, consultando un manoscritto compilato intorno al 1720 da Alessandro Borgia e conservato nella biblioteca comunale di Velletri ha potuto stabilire una datazione piuttosto tarda 1686-1687, successiva pertanto alla morte dell’amico Bernini, avvenuta nel 1680.

Il Cardinale Gianfrancesco Ginetti (1626-1691), originario di Velletri e nipote del celebre Cardinale Marzio Ginnetti, ne fu il committente: l’opera era stata pensata e realizzata per l’altare maggiore della chiesa del Carmine, ora in restauro (il dipinto è esposto ora a Fermo nella chiesa di san Domenico). Il porporato laziale, dopo un’intesa attività nella curia pontificia, il 5 novembre 1684 venne nominato Arcivescovo Metropolita di Fermo e fu amico personale del Baciccio, che gli fece anche un ritratto. La pala d’altare venne definita dal grande erudito romano cardinale Giovanni Gaetano Bottari nel 1738 di passaggio a Fermo, “la più bella opera ch’io abbia mai veduto”, pur segnalandola come opera di Carlo Maratta.

L’attribuzione al Gaulli non viene più messa in discussione nel Novecento e viene definitivamente comprovata anche da un documento di esborso di 400 scudi per la pala e 10 per il modelletto pagato dal cardinale Ginetti il 12 maggio 1687. Nel 2016 questo modelletto preparatorio è stato esposta a Milano al centro San Fedele, guidato dai Gesuiti, durante la rassegna “Cristo, luce del mondo”.

In questa sede occorre ricordare la celebre frase dello storico Maurizio Faggiolo dell’Arco che sentenziò nel catalogo generale del 1999: Baciccio a Fermo sembra “portare il Trionfo di Gesù davanti alla pecore, ai pastori e ad un donna vestita di bleu e di carminio”. Dopo la mostra di Forlì e la contemplazione del capolavoro dell’Adorazione dei pastori si deve – da ultimo – dissentire della stroncatura del colto Lione Pascoli, intellettuale umbro del Settecento, secondo il quale, Gaulli avrebbe addirittura fatto meglio a morire ultimati i capolavori in Sant’Agnese in Agone e al Gesù. L’opera della maturità eseguita per Fermo ci fa comprendere che il pittore aveva molto da dire e da donare ai suoi estimatori marchigiani.

Queste righe, oltre che a celebrare il ritorno del Baciccio in terra marchigiana, forniscono – ci auguriamo – l’occasione per andare a rivedere l’opera e gustare nella solitudine della Chiesa la grande profondità pittorica e la straordinaria capacità esegetica dell’autore, che produsse questa magia artistica proprio per Fermo e per la sua cittadinanza.”

 

 

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