Il Vangelo ci ripresenta la scena della natività, con i pastori che accorrono e trovano la santa famiglia nella grotta. Al centro è Maria, una donna che ha appena vissuto la maternità, l’esperienza peculiare di ogni donna. All’inizio dell’anno, nell’ottava di Natale, celebriamo Maria, con un gesto di grande tenerezza, un po’ come, all’alba della vita la nostra madre è al centro, la nostra vita gira intorno a lei, tanto che la prima parola che diciamo è mamma.
La Chiesa ci invita a guardare innanzitutto a lei non solo per puro sentimento ma per un profondo pensiero teologico: il Natale, ci ha detto Paolo (seconda lettura) è denso dell’esperienza della maternità (nato da donna). Maria è madre di Gesù ma è anche madre di Dio perché il suo Figlio non ha mai abbandonato, su questa terra, la sua natura divina. In questa divina figliolanza, egli ci ha resi figli, fratelli suoi e fra di noi, perciò Maria è anche madre nostra. Gesù e Maria mantengono nella fede cristiana tutta la loro concretezza, è impossibile ridurli a simboli o entità evanescenti nella nostra vita.
Nell’Incarnazione risuona anche il tema della paternità (non sei più schiavo ma figlio e erede per grazia di Dio), rivelatasi in Cristo. Cominciamo perciò un nuovo anno con la consapevolezza di essere figli e fratelli, con il compito di vivere nel tempo, in un nuovo anno che ci viene donato, cercando di coniugare la realtà con il Vangelo; ciò richiede un continuo esercizio di “meditazione”, come Maria che, nel vedere e udire quanto accadeva, serbava tutto, meditando nel suo cuore.
Per noi cristiani, la vita è impastata del mistero divino e non c’è nulla che possa dirsi estraneo, anche quando sembra distante da esso. Non è un dato scontato, per questo abbiamo bisogno di “celebrare” il mistero di Cristo, di domenica in domenica perché si renda sempre attuale nella nostra vita il mistero dell’incarnazione.
Un nuovo anno parla di futuro: la nostra responsabilità ottimistica basata sulla fede è la migliore risposta alle aspettative legate ad un nuovo anno. Il nostro convincimento è che non si possa prescindere da Dio se vogliamo essere felici, che è necessaria la sua pace. Anche per questo motivo, nella prima lettura Dio benedice il suo popolo, dice-bene di noi, suoi figli e altro non desidera che far risplendere il suo volto nella nostra vita, specialmente attraverso il dono della pace.
Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026, il papa riflette su come tenere desto l’impegno per la pace anche in un tempo, come il nostro, di destabilizzazione e di conflitti, rivolgendo lo sguardo alla concretezza della vita ordinaria delle persone. “Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse”.
L’auspicio di pace non può essere un ritornello monotono da rinnovare stancamente. Gli auguri si realizzano quando lavoriamo per realizzarli; sono una speranza costruttiva, non un’attesa di soluzioni miracolistiche dall’alto, perché progetti di pace si costruiscano innanzitutto nel nostro cuore. La pace è minacciata quando è vilipesa la giustizia e sono conculcati i diritti: siamo in uno stato di guerra quando questo accade nelle società, nelle nostre famiglie… queste sono le prime guerre da debellare. L’impegno per la pace ci chiama ad abdicare alle nostre presunzioni, nei confronti della vita e nei confronti dell’altro. Se costruiamo legami sereni, fondati sull’integrazione e non sulla contrapposizione, si avrà la speranza di dare e ricevere perdono. Solo quando la pace diventerà una dimensione strutturale di ogni uomo, anche quando ci si troverà in ruoli di responsabilità se ne terrà conto.
Guardando a Maria pensiamo alla donna, che è resiliente, ha pazienza di fronte alle difficoltà, ha la forza d’animo, la passione educativa nell’instillare sentimenti di pace nei primi anni di vita di un bambino. Il genio femminile è particolarmente idoneo a costruire la pace, per la sua indole naturalmente aperta e accogliente.
L’augurio reciproco ci possa trovare vigilanti e consenzienti sia nella costruzione di ciascuno di noi sia nell’edificazione dei rapporti sociali. Ci auguriamo reciprocamente di essere felici nel Signore. In questo senso, la felicità in fondo è sentirsi a posto con se stessi, l’autocoscienza di valere – questo sì – davanti a Dio, con la speranza e l’impegno che al termine di quest’anno saremo contenti di aver vissuto il tempo donato, per il bene nostro e dei nostri fratelli.
