Il racconto del Vangelo appena proclamato ci lascia stupiti perché non trasmette certezze, evidenze, almeno come quelle che generalmente consideriamo attendibili per dare credito ad un determinato fatto.
Come sappiamo, la risurrezione di Gesù (a differenza della sua Ascensione al cielo) non è descritta nei Vangeli. Il racconto ci presenta le reazioni di fronte alla pietra rotolata dal sepolcro e al sepolcro vuoto:
– Maria di Magdala che, vedendo dall’esterno la pietra rotolata trae la conclusione che il corpo di Gesù fosse stato trafugato
– Giovanni che, correndo insieme a Pietro, vide da lontano i teli e solo quando entrò “vide e credette”
– Pietro che, entrando per primo, rimane senza parole, interdetto.
Il brano spiega che non avevano ancora capito la Scrittura profetica sulla risurrezione di Gesù e conclude laconicamente: “Poi i discepoli se ne ritornarono a casa”. Sappiamo che la Maddalena ritornerà al sepolcro, dove verrà gratificata dall’apparizione del Risorto della quale parlerà agli altri apostoli. A fine giornata, il Signore apparirà a tutti gli apostoli che gioirono al vederlo, pur nell’incertezza. Avevano fede, ma erano persone come noi, avvolte nel dubbio, nonostante la loro convivenza col maestro per tre anni.
Le apparizioni del risorto caratterizzano i primi quaranta giorni del tempo pasquale perché Gesù, dopo averne parlato nei discorsi di addio, voleva mostrare ai suoi la sua nuova condizione esistenziale. Tuttavia, non basta l’apparizione, c’è bisogno di un cammino incontro al Signore vivente perché si realizzi il passaggio da una mancanza di fede, ad una fede iniziale, alla fede piena.
Un esempio di questo cammino di fede è Maria di Magdala. La sua prima affermazione, solo per aver visto la pietra rotolata, è perlomeno riduttiva “Hanno portato via il Signore”. Sappiamo che amava profondamente Gesù ma si irrigidisce, non accettando che il Signore potesse essere libero e sciolto anche da questo legame. Aveva conosciuto Gesù umanamente e avrebbe voluto che quel modo si perpetuasse. Insisterà anche col “giardiniere”: “Se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e andrò a prenderlo”. Sappiamo che Gesù, apparendole, dolcemente le dirà “Non mi trattenere”, cioè “lìberati dalla voglia di possesso e allarga il cuore”.
Ci accorgiamo che i vangeli parlano a noi, alla Chiesa per sollecitarci a vincere i dubbi e vedere Gesù presente e vivo anche in tempi problematici. Gli atteggiamenti di lentezza, di titubanza dei protagonisti dei racconti (a cui aggiungiamo Tommaso e i sette pescatori sul lago che sulle prime non riconoscono Gesù a riva) sono le nostre fatiche a riconoscere il Signore in modi e forme – questo è il nodo – diverse rispetto a quello che ci aspettiamo. Quando questo accade, ci dice il Vangelo, scatta la gioia della scoperta, la certezza che il Risorto è presente in mezzo a noi e questo cambia la vita, la illumina. Giovanni, alla fine del suo vangelo (Gv 20,31), lancia proprio questa sfida: “Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
Se la risurrezione dice la libertà di Gesù di manifestarsi vivente nella sua Chiesa e al mondo nelle forme più inaspettate, occorre che noi per primi ci liberiamo dagli irrigidimenti, dalle incrostazioni che ci impediscono di vedere il Risorto là dove non ce lo aspettiamo. Riporto un pensiero del compianto card. Martini: “Gesù è vivo ed è presente nei sacramenti, nella Parola, nella comunità, nella tradizione apostolica. Le forme del suo manifestarsi sono però molteplici e spirituali, sciolte e imprevedibili; e lo riconosciamo nella misura in cui ci liberiamo da noi stessi (…) verso il riconoscimento del Signore dentro la quotidianità, così da sentirlo e contemplarlo operante in ogni situazione della vita, in forza della fede”.
Riconosciamo il nostro cammino anche in Giovanni e di Pietro, che sicuramente amano il Signore e, per questo, si affannano e corrono ma, arrivati, Pietro rimarrà perplesso. Penso a tanti sacerdoti e operatori pastorali (anche a me stesso): corriamo, ci affanniamo, stiamo dietro a tanti adempimenti ma poi, in questa corsa, dimentichiamo l’essenziale. La gioia che pervade le apparizioni del Risorto dev’essere la cifra della nostra vita cristiana. Se siamo lieti, non lamentosi, pronti a combattere il senso di frustrazione, comunichiamo che c’è speranza, che il Signore Risorto è vivente, non è un ricordo del passato, ed è lì dove i cristiani non si stancano di generare segni di rinascita, riconciliazione, consolazione.
La prima lettura ci mostra la fede matura di Pietro che annuncia la risurrezione come esperienza che gli aveva cambiato la vita e questo generò le prime conversioni e la successiva espansione del cristianesimo. “Chi ha incontrato veramente Cristo – diceva San Giovanni Paolo II (Nmi 40) – non può tenerselo per sé, deve annunciarlo”. Una sottolineatura: il Cristo Risorto è lo stesso che si è presentato a noi umile, benevolo, pieno di tenerezza; un Dio che si esprime nella fragilità, nella compassione, fino ad assumere il volto sfigurato ed inerme di un crocifisso. Annunciare con gioia la gloria di Cristo risorto non dimentica queste dimensioni essenziali del cristianesimo.
Vorremmo che specialmente chi, tra i potenti della terra, si fregia di essere cristiano o addirittura di essere stato investito da Dio di una missione, se ne ricordasse. Il Papa, qualche giorno, dopo aver telefonato al presidente degli Stati Uniti chiedendogli di porre fine alla guerra, ha lanciato l’ennesimo accorato appello per la pace: ”Faccio un nuovo appello invitando tutti i cristiani a vivere questi giorni riconoscendo che Cristo è ancora crocifisso oggi. Cristo soffre ancora oggi negli innocenti, in quelli che stanno soffrendo per la violenza, l’odio e la guerra. Preghiamo per le vittime della guerra, che ci sia una pace nuova, rinnovata, che può dare nuova vita a tutti”.
Non saranno le tregue, o i trattati a portare la pace vera se non si ricostruiranno legami di convivenza e di giustizia. Da questi, rinasce, risorge la civiltà, la comunità. Per questo, chi non si stanca di costruire la pace a partire dai rapporti interpersonali, familiari e comunitari, è testimone del Cristo Risorto. Lui regna nella pace del cuore generata da rapporti riconciliati, ed è segno di speranza e di rinascita e risurrezione già presente qui, su questa terra.
Auguro a tutti di vivere il tempo pasquale come un cammino di rinascita e di riconciliazione. La Santa Chiesa, che Gesù ci consegna dalla croce come nostra madre sia il grembo nel quale rinascano legami nuovi e riconciliati.
Cristo è risorto! È veramente risorto!
