31 dicembre 2025

TE DEUM. L’omelia dell’Arcivescovo Pennacchio

L'Arcivescovo presiede in Cattedrale la messa di fine annno

1 Gennaio 2026

L’ultimo giorno dell’anno, con il tradizionale canto del Te Deum, è dedicato al ringraziamento per l’anno trascorso, di cui la celebrazione eucaristica è la massima espressione (eucaristia = rendere grazie). Ringraziamo soprattutto per il dono della vita ricevuta da Dio, un pezzo di vita dispiegatosi nel tempo di un anno. Per un cristiano, il tempo e la vita non sono esperienze di cui semplicemente prendere atto, perché interpellano la fede, tanto che esiste un anno che chiamiamo liturgico.

Quando, per esempio, al culmine del tempo liturgico che è il Triduo Pasquale, contempliamo il Cristo crocifisso e risorto, è inevitabile chiedersi come anch’io possa amare fino al punto di dare la vita. Posto che non a tutti verrà chiesto il martirio che ci chiederà di morire per il Signore, se la vita dura nel dispiegarsi del tempo, amare dando la vita può significare impiegare, offrire il proprio tempo nell’amore che Cristo ci ha rivelato. Dare la vita, impiegare il tempo possono quindi essere sinonimi. Presentata così, la prospettiva di dare la vita donando il proprio tempo appare a portata di tutti e certamente non ci sono alibi per sfuggirle.

Da quando il Signore si è incarnato, da quando Dio mandò il suo Figlio, viviamo – ci ha ricordato S. Paolo nella seconda lettura – la pienezza del tempo, un tempo pieno, cioè abitato dallo Spirito del Signore, un tempo di grazia. Non siamo soli, lo Spirito sostiene il nostro impegno; sta a noi scrutare gli eventi, le situazioni ed affrontarle come Maria, che tutto serbava nel suo cuore, meditando, interpretando i segni nel tempo e decidendo di conseguenza.

Penso ad un filosofo, Heidegger che, pur non essendo credente, arriva alla conclusione che l’uomo ha il dovere di prendere coscienza della limitatezza del tempo che ha a disposizione a causa dell’incombenza della morte, per cui vale la pena vivere intensamente le esperienze di ogni giorno perché potrebbero non ripetersi. A maggior ragione noi, credenti, consapevoli che il tempo è abitato da Dio e che la morte non avrà l’ultima parola, alla fine di un anno ci chiediamo come abbiamo messo a frutto questa preziosa risorsa, se l’abbiamo riempita di senso o farcita di cose da fare.

Se per noi il tempo è kairos, tempo di grazia, allora bisogna sempre ringraziare. Il Signore non è estraneo alla nostra vita e ci parla sempre, anche attraverso eventi dolorosi o circostanze difficili da accettare, pur in presenza di guerre, violenze, ingiustizia; non permette il male se non per preparare un bene maggiore, chiedendo la nostra collaborazione per innestare germi di bene; per questo, non penso gradisca molto che ci lamentiamo di come vanno le cose, magari vagheggiando il tempo passato che ci pare migliore forse solo perché eravamo più giovani.

Diciamo la verità, spesso esprimiamo giudizi negativi sulla vita perché non sappiamo scorgere le tante testimonianze di bene che non fanno rumore ed enfatizziamo le notizie negative. A volte diciamo che va male solo perché non gira come ce l’aspettavamo, secondo i nostri progetti, dimenticando che siamo inseriti in una storia più ampia del nostro piccolo orizzonte, fatta di “libertà” dei singoli che vanno rispettate e non è detto che si armonizzino con le nostre aspettative. Non trascuriamo, poi, la presenza del peccato, che vanifica tante buone intenzioni.

Nelle mani di Dio, però, nulla può accadere che sia talmente tragico da non offrire una possibilità di rinascita, un’occasione di riscatto dopo un’esperienza di cui ci siamo pentiti, o un “raddrizzamento” in chiave provvidenziale di un apparente fallimento umano. In particolare, quest’anno, abbiamo avuto la grazia di vivere il Giubileo, occasione formidabile di riconciliazione con Dio e tra di noi. Se impariamo a riconciliarci col tempo che passa non avremo rimpianti. La stessa vicenda di Maria e Giuseppe, guardata con occhi asettici è complicata, segnata da uno scandalo, piena di peripezie e di difficoltà. Forse noi, al loro posto, ci saremmo ritenuti penalizzati; nelle mani di Dio tutto è salvezza.

Elevare al Signore l’inno di ringraziamento Te Deum ci aiuta a vivere nella logica del dono, perché solo chi sa ringraziare si pone di fronte alla vita in modo ricettivo, senza pretese, come Maria e Giuseppe, che hanno accolto il piano di Dio; come i pastori, che vanno senza indugio verso il Bambino e si stupiscono davanti a lui come quando si riceve un dono prezioso e inaspettato. Il tempo, la vita sono un dono immeritato, che non ritorna: per tutto questo, alla fine dell’anno il miglior esame di coscienza che possiamo fare è chiederci se abbiamo “donato la vita”, offerto il nostro tempo o troppe volte l’abbiamo sprecato.

Ringraziamo la Vergine Maria, che con il suo ha reso il tempo cronologico un tempo di grazia, abitato dal suo Figlio. ChiediamoLe di imparare anche noi a riflettere e meditare di più su ciò che ci accade e, come lei, canteremo il nostro Magnificat per le meraviglie che il Signore, anche quando non ce ne accorgiamo, continuamente opera nella nostra vita.

condividi su