rosone

Riceviamo e pubblichiamo

In ricordo di don Armando Marziali
Foto sommario

di Raimondo Giustozzi

Degno riconoscimento tributato a don Armando Marziali di intitolargli una piazza a Montefortino suo paese di nascita. Di don Armando conservo i ricordi più belli. L’ho avuto come docente di Latino in prima Liceo presso il seminario di Fermo, prima che l’istituto diventasse “Liceo -Ginnasio Paolo VI”, legalmente riconosciuto dallo stato. Forse ricordando l’ambiente del suo paese di origine, ci invitava a leggere i classici, in particolare Virgilio, con tutto lo stupore di cui era capace, tanto che imparai a memoria l‘introduzione di Cesare Morpurgo alla prima Egloga, sì quella di Titiro e Melibeo: “Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi…”. L’introduzione la ricordo ancora oggi, non la riporto tutta perché è molto lunga: “Nella gran pace silente della campagna, nella verde piana irrigua del mantovano tra il Mincio ed il Po, passa come una raffica di tragedia. C’è stata lontana la guerra, la triste guerra fratricida, ed ora la prepotente soldatesca s’abbatte su quella povera gente del luogo che della guerra non ha avuto colpa, non s’è alleata coi vincitori né coi vinti. Povera gente contenta di quel poco nella serenità del lavoro e del timor di dio. Ed ora, via che se ne dovranno andare, con quel branchetto di bestiole spaurite, con quella grama pecorella che s’a da reggere perché ha appena partorito là sulla roccia. E cala la sera e le ombre si allungano. Tra poco, mentre fumano i comignoli delle poche case coloniche non ancora deserte, si accenderanno le tacite stelle (Et iam summa procul villarum culmina fumant / maioresque cadunt altis de montibus umbrae). Addio dolce casa, addio campi, orti, pomari, greppi, siepi boscose, alberi che stormiscono a tutte le brezze e tubar di tortore e di colombe…”.

Don Armando con la sua voce suadente, dolce e delicata ci invitava a considerare il paesaggio e gli attori della poesia. Ci diceva che lui ci ritrovava tanto l’ambiente di Montefortino. “Mi vanto di essere stato influenzato dal maestro”, dicevano i ragazzi di Barbiana, “sennò in che cosa consiste la scuola?”. Proprio in quell’anno, in prima Liceo, era il 1966, don Armando organizzò per la mia classe un campeggio da favola ad Altino di Montemonaco, con escursioni sul Vettore, Sibilla, Priora, Castel Manardo, lago di Pilato, L’Infernaccio, Madonna del Lambro. Ricordo, come hanno fatto altri, quel suo invito simile ad un intercalare: “E su un po’”. Era un sacerdote ecclettico. Come non ricordare la sua passione per gli studi di Psicologia, Sociologia e Pedagogia? Ricordo che passai una settimana a Villa Nazareth nell’estate del 1970 e tra le altre cose mi resi utile, su suo invito, a pitturare la ringhiera che la cingeva all’intorno. L’ultima volta che rividi don Armando fu nell’estate del 1975, in compagnia di un amico. Stavo preparando la tesi di Laurea. Andammo a trovarlo a Villa Nazareth. Volevo fargli conoscere un grande sacerdote. Ricordo che non stava bene. Andava chiudendo sempre porte e finestre. Temeva le correnti d’aria.

Dopo quell’incontro, non ho rivisto più don Armando. Sono stato per vent’anni in Lombardia (dal 1977 al 1996), il ritorno a Civitanova Marche, dove risiedo, nel 1996 e un po’ per pigrizia e un po’ per gli impegni di famiglia e per la scuola, che mi portava via tanto tempo, non ho avuto il tempo per andare a trovarlo. Mi pento di non averlo fatto, ma rimango sempre molto grato per gli insegnamenti avuti. Ciao, don Armando.

 

Raimondo Giustozzi

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