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L'Arcivescovo ha visitato la Prefettura di Robe in Etiopia
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Da 31 gennaio all’8 febbraio 2023, S.E. Mons. Rocco Pennacchio, in qualità di Presidente del Comitato CEI Interventi Caritativi nel Terzo Mondo ed Arcivescovo di Fermo, ha vissuto dei giorni nella Prefettura di Robe, in Etiopia

 

 

Abbiamo chiesto al Vescovo di condividere un pensiero sulla propria esperienza.

 

Eccellenza, come è nata l’idea di un viaggio Africa?

 

L’idea del viaggio in Etiopia viene da lontano. Da alcuni anni padre Angelo Antolini, Prefetto Apostolico di Robe, in Etiopia mi aveva preannunciato la conclusione dei lavori di un ospedale per malati psichici, specialmente bambini, invitandomi all’inaugurazione, quando fosse stata prevista.

 

Un ospedale per il quale, oltre alla Cei, sono arrivati aiuti anche dalla Diocesi di Fermo…

 

Il progetto dell’ospedale venne presentato alla CEI nel 2014 e finanziato con più di 2 milioni di euro provenienti dall’otto per mille alla Chiesa Cattolica destinato agli interventi caritativi a favore dei paesi del terzo mondo. Anche i fedeli della Diocesi di Fermo hanno però contribuito attraverso le raccolte promosse in questi ultimi anni dalla Caritas Diocesana (Quaresima di Carità), per le quali una delle finalità era proprio la realizzazione di un ospedale nella Prefettura Apostolica di Robe. Una vicinanza che la nostra comunità ha mostrato con molta disponibilità: non dimentichiamo che padre Angelo è un frate cappuccino originario di Santa Vittoria in Matenano, nella nostra diocesi.

 

Un viaggio che l’ha vista partire in duplice veste …

 

Si, confermo. Due anni fa, venni incaricato di presiedere il Comitato CEI che destina gli interventi caritativi ai paesi in via di sviluppo. Nel frattempo, essendo giunta al termine l’edificazione dell’ospedale, appunto nella doppia veste di Presidente e di Arcivescovo di Fermo, sono stato ben felice di recarmi in Etiopia per inaugurare tale opera lo scorso 5 febbraio. Un viaggio che ho avuto il piacere di condividere con due sacerdoti della nostra diocesi di Fermo: mons. Pietro Orazi e don Mauro Antolini.

 

Ci racconti qualcosa del progetto…

 

Questo centro sanitario sorge nella città di Robe, circa 80.000 abitanti a sud-est di Addis Abeba, da cui dista 450 Km, un territorio in cui la presenza dei cattolici è minore della già esigua percentuale presente nella nazione (in tutta l’Etiopia circa l’1%), rispetto alla religione musulmana che è largamente maggioritaria, seguita dagli ortodossi e dalle chiese della Riforma. Questa opera, promossa dalla Chiesa cattolica, è un intervento “caritativo”, cioè un segno della carità di Cristo che incontra l’uomo, tutto l’uomo, senza distinzioni, privilegiando quello più fragile e indifeso.

Il mondo delle malattie mentali è delicato anche perché vittima ancora di tanti tabù che aggravano la condizione degli ammalati, col rischio di venire emarginati e di essere ridotti a rifiuti umani, abbandonati lungo le strade. L’ospedale accoglierà soprattutto bambini e ragazzi (l’età media in Etiopia è di quasi 18 anni) ma anche adulti affetti da questi disturbi. È segno della compassione verso i nostri fratelli e sorelle più deboli e sofferenti come quanti soffrono di malattie neurologiche, un settore ancora da sviluppare nell’ambito dell’assistenza sanitaria, già fragile, in un territorio peraltro interessato da frequenti conflitti che drenano le già poche risorse economiche disponibili. 

 

Pensando a tutto quanto ha visto .. che esperienza è stata l’Etiopia?

 

La CEI mi aveva incaricato anche di monitorare alcune altre opere realizzate con il contributo dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, corrispondenti a dieci progetti realizzati nel territorio della capitale e di altre località. Questo mi ha dato l’occasione di incontrare religiose e religiosi missionari, presbiteri e laici italiani fidei donum (persone che scelgono di trascorrere anni della loro vita in terra di missione) accoglienti, sorridenti e premurosi verso il popolo in mezzo al quale vivono. Ho visto accogliere madri con i loro bambini alle quali veniva insegnata un’attività per vivere; ragazzi di strada raccolti ogni giorno da un padre salesiano col pulmino per essere accolti in un centro di formazione professionale e, dopo sei mesi, uscire con un tiolo di studio abilitante al lavoro; operatori di un centro radiotelevisivo diocesano che promuove la cultura della pace e della convivenza civile; volontari del CVM (ong che nasce a Porto San Giorgio) che sensibilizzano le donne sui loro diritti di lavoratrici e promuovono una corretta migrazione ma al contempo accolgono quelle che rientrano dai paesi arabi sfruttate e violate; ciò che per noi è scontato – l’accesso all’acqua – in tante zone dell’Africa ha bisogno di un progetto per scavare pozzi e costruire cisterne, come quelli di un monastero a 50 Km da Addis Abeba che servirà le campagne e i villaggi vicini; e poi, scuole, studentati, centri sanitari attrezzati per accogliere donne partorienti, aziende agricole che ridanno vita all’arsura della terra… tutto si è potuto realizzare grazie alla generosità degli italiani che hanno apposto la loro firma sull’otto per mille alla Chiesa cattolica.

 

Cosa riporta con sé da questo viaggio?

 

Ho vissuto una settimana di fraternità inserendomi nella vita quotidiana delle varie comunità che accolgono con semplicità e grande amicizia (memorabile il rito del caffè che in Etiopia è un’istituzione). Sicuramente c’è bisogno, all’inizio, di un po’ di spirito di adattamento, forse perché siamo troppo abituati a comodità che sembrano necessità e abbiamo perso di vista il valore della precarietà che fa apprezzare l’essenziale e abbassa la soglia dei desideri senza fine. Impagabili, invece, la bellezza dei sorrisi, degli incontri, delle relazioni umane, della essenzialità che invade il cuore e quasi lo stuzzica a rimanere ancora più tempo in questa società giovane e in cammino. A proposito, non dimenticherò mai le migliaia di persone in cammino a bordo strada, nella polvere, insieme ad asini, agnelli, mucche, spesso unica risorsa per poter vivere. Rientro in Italia col desiderio di condividere ancora di più il cammino di questi nostri fratelli e sorelle, compagni di strada. Essi ci insegnano, attraverso piccoli segni di attenzione e di prossimità, a ridimensionare i deliri di onnipotenza che ci fanno sentire l’ombelico del mondo.

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