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Benedizione degli olii
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Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia pronunciata dal nostro Arcivescovo

Messa per la benedizione degli olii

e la consacrazione del crisma

Cattedrale Metropolitana di Fermo

22 maggio 2021

 

 

Carissimi,

anche quest’anno non abbiamo potuto celebrare la Messa Crismale a causa della pandemia. All’inizio di aprile, infatti, eravamo ancora in zona rossa: sarebbe stato troppo rischioso e al limite delle regole convocarvi in duomo dai 58 comuni dell’Arcidiocesi. Ringraziamo il Signore perché oggi, grazie al deciso rallentamento dei contagi, possiamo finalmente vivere con una certa serenità questo speciale momento di grazia. Saluto quanti sono collegati in streaming e partecipano spiritualmente a questa S. Messa.

Nel corso della celebrazione benediremo gli olii e consacreremo il crisma, segni che accompagnano la vita cristiana e dicono lo speciale vincolo che ci accomuna: il battesimo e l’essere inseriti in una comunità, in una diocesi. L’olio dei catecumeni per il cammino d’iniziazione battesimale; il sacro crisma per il Battesimo e la Cresima, l’ordinazione di presbiteri e vescovi e per la consacrazione di una chiesa; l’olio degli infermi per sostenere i sofferenti nel difficile tempo della malattia. Sono tutti segni che curano la vita, accompagnando la nascita e la crescita del popolo di Dio.

Vi propongo una riflessione in tre momenti, meditando l’orazione di Colletta che abbiamo pronunciato: “O Padre, che hai consacrato il tuo unico Figlio con l’unzione dello Spirito Santo e lo hai costituito Messia e Signore, concedi a noi, partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza”.

 

1 - Gesù è l’unto di Dio. Nella sinagoga di Nazareth, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, Gesù legge il rotolo di Isaia in cui la salvezza è dipinta con i colori della gioia e della felicità, della liberazione, guarigione, perdono. La tensione e l’attenzione dei presenti dice l’attesa di qualcosa che sta per compiersi. Infatti, terminata la lettura, tra lo stupore e l’ammirazione dei presenti, Gesù applica a sé la profezia e ne afferma il compimento storico, che già si era reso visibile al battesimo al Giordano. Egli è il  profeta, re e sacerdote che si fa carico e si prende cura dell’uomo; è incarnazione e compimento delle profezie; è Parola vivente, perché nella sua vita ha realmente guarito, liberato, perdonato; morendo per noi sulla croce ha aperto le viscere della misericordia di Dio rivelandoci il suo amore. Ciò che Gesù offre è una salvezza integrale, non riferita ad evanescenti beni spirituali da attendere dopo la morte o la fine del mondo ma perché, fin d’ora, nella concretezza delle sue realizzazioni, supera continuamente ogni speranza umana: è pienezza di vita. Gesù è il Messia perché fa incontrare la Scrittura con la storia e le promesse col loro compimento. Egli non è un millantatore, perché tutto quanto annunzia, nello stesso tempo accade; per questo, nessuno, tranne Lui, può dire con verità “Oggi si compie ciò che ascoltiamo”. Se ogni giorno della vita terrena di Gesù era salvifico, anche il tempo della Chiesa è tempo della pienezza nella luce della promessa. Come dirò più avanti, dobbiamo avvertire la responsabilità del compimento della Parola nella storia.

 

2 - Noi siamo partecipi della consacrazione di Cristo, prosegue l’orazione di Colletta. Tutti i battezzati partecipano di questa consacrazione come ci ricorda la Lumen gentium, nel passo che ormai abbiamo imparato a memoria:“Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo”(LG 10). Noi presbiteri partecipiamo nella misura in cui il nostro ministero è ordinato alla vita dei fedeli per i quali dispensiamo i misteri di Dio. Per questo, nel rinnovare le promesse sacerdotali, vi verrà chiesto: “Volete essere fedeli dispensatori dei misteri di Dio per mezzo della santa Eucaristia e delle altre azioni liturgiche, e adempiere il ministero della parola di salvezza sull’esempio del Cristo, capo e pastore, lasciandovi guidare non da interessi umani, ma dall’amore per i vostri fratelli?” Siamo dispensatori dei misteri di Dio non in una posizione separata dal popolo o, peggio, superiore. Il senso delle parole dell’Apocalisse (seconda lettura)è che Gesù ci ha amati, perdonati e fatti “uno” come comunità (“ha fatto di noi un regno di sacerdoti”). Per questo, la realtà teologico-spirituale del sacerdozio comune deve poter esprimersi nella concretezza della comunione, della fraternità e della corresponsabilità. Non è possibile perciò che donne e uomini che ogni giorno si mettono in gioco assumendosi responsabilità nella vita quotidiana, familiare, professionale, nelle parrocchie vengano relegati alla sola esecuzione di compiti e non siano resi partecipi della responsabilità pastorale. Non è pensabile un Consiglio Pastorale parrocchiale chiamato a ratificare programmi e decisioni già presi in solitudine o nell’entourage degli eletti. Qualche giorno fa il Presidente Mattarella, in una scolaresca di bambini ha sottolineato come la Repubblica Italiana è strutturata in modo tale che le decisioni non vengano assunte da un uomo solo al comando ma maturano a più livelli, con diversi contrappesi di garanzia. La Chiesa, è vero, non è una repubblica ma l’unico capo è Cristo, e noi siamo suo corpo. Cari confratelli, se tutti, vescovo, preti, diaconi, consacrati e laici, il corpo di Cristo, partecipano dell’unico suo sacerdozio, tutti vanno coinvolti nel discernimento e nelle scelte decisive della vita comunitaria, comprese quelle economiche. Nei prossimi mesi, tutta la Chiesa entrerà in un percorso sinodale che, mi auguro, possa essere il più aperto, inclusivo e partecipativo possibile, coinvolgendo non solo chi frequenta abitualmente le nostre parrocchie e aggregazioni, ma pure quanti, per diverse ragioni (anche di visione etica o teologica), sono ai margini o si sono allontanati. Cominciamo ad entrare in questa mentalità maturando sempre di più riflessioni, scelte e decisioni insieme agli organismi di partecipazione, perché possa essere credibile affidare anche ministeri, compiti, incarichi organizzativi e amministrativi che spesso appesantiscono il ministero presbiterale.

 

3 - Nell’ultima parte della colletta, tutti noi che partecipiamo dell’unico sacerdozio di Cristo, chiediamo a Dio di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza. La lettura degli Atti che ci ha accompagnati in questo tempo pasquale, dimostra che la buona notizia del vangelo si è diffusa grazie a quanti, pur non avendo avuto accesso diretto alla vita di Gesù, ne hanno tuttavia sperimentato la forza vitale. Grazie alla traditio hanno testimoniato la loro fede suscitando interesse, domande, apertura del cuore, conversione, coinvolgimento totale della vita fino al dono di sé. Anche noi siamo inseriti in una “tradizione”, in una storia fatta di passaggi di testimone, di uomini e donne eroici o di persone semplici che ci hanno trasmesso la fede insieme alla vita e al nutrimento. Come per chi ci ha preceduto, non possiamo fermarci ad annunziare la Parola ma, come si diceva all’inizio,  “compiere” il percorso che va dalla Scrittura alla storia delle persone, perché l’oggi di Cristo dica qualcosa alla vita reale. Siamo consapevoli che ognuno di noi è Vangelo vivente, che favorisce o ostacola l’incontro dei nostri fratelli con Cristo. La sfida, quindi è poter dire a ciascuno che “oggi”, nel tuo “oggi” si compie la salvezza; l’oggi messo in discussione dalla pandemia, l’oggi problematico di una comunità cristiana disorientata e alla ricerca di nuovi modi per annunciare il vangelo, l’oggi di tante piccole imprese sfinite e in attesa di rinascere, l’oggi delle famiglie preoccupate del futuro, l’oggi dei ragazzi e dei giovani bramosi di ritornare a frequentarsi. Tutti questi “oggi” sono il kairos, tempo pieno nel quale sperimentare la presenza consolante e sanante del Cristo vivente nella misura in cui noi, suo discepoli, sappiamo testimoniare nel mondo la sua opera di salvezza. È vero, come si è detto, che solo Gesù compie pienamente le profeziema ognuno di noi è inserito nell’oggi di Cristo ed è perciò chiamato a cimentarsi con la realizzazione storica delle promesse di Dio. Non si tratta di adattare la Parola alle situazioni perché lo Spirito provvede a renderla attuale; ciò significa che la mia vita è contemporanea alla Parola e viene attraversata dalla sua efficacia (cfr. Eb 4, 12s.), perché si traduca in urgenti e concreti gesti di conversione e comunione. E poiché la storia è nelle mani di Dio, Cristo – ci ha ricordato l’Apocalisse – è l’Alfa e l’Omega, colui che è che era e che viene, non può esserci momento migliore di questo tempo che si manifesta adeguatamente “negli orecchi” di chi ascolta, pur nella fragilità della nostra parola, chiamata ad trasmettere “la” Parola. In tale dinamica, la liturgia è il contesto ideale perché l’ascolto della Parola susciti un coinvolgimento, una reazione, come avvenne per Gesù a Nazareth, che incontrò dapprima stupore e meraviglia, mutati poi in sdegno e odio. Nell’oggi della Chiesa, non dobbiamo accontentarci di celebrazioni sacramentali puramente rituali ma dobbiamo accompagnarle con segni, piccoli ma concreti, di coinvolgimento personale, di accompagnamento, di liberazione per la misericordia di Dio; l’efficacia della Parola dev’essere verificabile nella sua concretezza storica, anche se mai compiuta. Dobbiamo cogliere la sfida di render le nostre celebrazioni, alle quali gli olii e il Crisma sono destinati, significative per la vita delle persone. Tra queste, la preparazione e celebrazione della cresima, che interessa tutte le parrocchie specialmente in questi mesi, è quella che più da vicino tocca i temi che oggi stiamo affrontando: l’unzione “rende conformi a Cristo” per essere come lui testimoni. Mi scuserete se vi confido la sensazione che più al “dopo” del sacramento, siamo preoccupati dalla necessità di “smaltire” l’arretrato celebrativo. Eppure, il Covid, sconvolgendo le nostre programmazioni, ha messo in discussione proprio quella pastorale finalizzata alla sacramentalizzazione che da sempre critichiamo. Cari confratelli, se ci accontentassimo di celebrare i sacramenti senza accompagnare il futuro dei nostri ragazzi e delle loro famiglie inventandoci anche l’impossibile per far sentire loro l’oggi della salvezza di Cristo, avremmo fallito.

 

Carissimi fedeli, in questi ultimi quindici mesi abbiamo sofferto molto le limitazioni alla nostra vita pastorale. Voi presbiteri in particolare avete corso il rischio di sentirvi inutili ma siete rimasti al vostro posto, prossimi alla nostra gente, e di questo vi ringrazio. Tante volte ci siamo detti che questa drammatica esperienza può insegnarci ad essere “chiesa in uscita”. Non lasciamoci vincere dalla rassicurante tentazione di non mettere in discussione i nostri modelli pastorali, come se nulla fosse accaduto.

Domani – ci ha ricordato S. Agostino nell’Ufficio di questa mattina – “celebrerete la Pentecoste come membra dell’unico corpo di Cristo. Non lo celebrerete inutilmente se voi sarete quello che celebrate, se cioè sarete incorporati a quella Chiesa che il Signore colma di Spirito Santo”. Gli olii e il crisma continuino a profumare la vita del nostro popolo nel Tempo Ordinario della vita santa e nascosta del nostro popolo. Come Gesù andava dove gli uomini vivevano per raggiungere le persone in ogni situazione, così sotto lo sguardo di Maria nel cenacolo, il vangelo oggi risponda alle attese di speranza delle donne e gli uomini della nostra terra.

 

 

Rocco Pennacchio

Arcivescovo

 

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