rosone

Riceviamo e pubblichiamo

Una volta era: "Donna, partorirai con dolore". Oggi è: "Donna, abortirai senza dolore"

di Gianteo Bordero

Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.

E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.
 
La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.
 
Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».

Gianteo Bordero
tratto da eticamentecorretto.blogspot.com

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